20 October 2007
La libertà digitale è rock, il ROC è lento

Anche il Governo di Sinistra prova ad imbavagliare la rete con un revamping di una vecchia Legge di cui si parlava, con terrore, qualche anno fa.
Se il Disegno Levi/Prodi (PDF) va in porto (ora è stato approvato, all’unanimità dal solo Consiglio dei Ministri) chiunque realizzi un sito web, qualunque sia il suo scopo (quindi la norma riguarda anche coloro che realizzano siti amatoriali o blog personali) dovrà sottostare ad una norma che ritengo illiberale.
In poche parole, qualsiasi attività web dovrà registrarsi al ROC, il Registro degli operatori di Comunicazione.
In termini pratici significa che, oltre all’annoso problema dei Domini IT (se, settimanalmente, siete costretti a registrare domini con quella estensione sapete di cosa parlo!), saremo tutti obbligati a pagare l’ennesimo balzello per qualsiasi attività online e, soprattutto, si dovrà, coattivamente, impelagarsi nell’ennesima burocratizzazione organizzata dallo Stato Italiano (attenzione la questione non riguarda l a Destra o la Sinistra, la genesi di questa Legge risale a molto prima dell’insediamento del Governo Prodi!).
Oltre ad un censimento dei siti online, oltre ad un controllo massivo su ciò che viene pubblicato, il testo afferma che, attraverso la registrazione, sarà possibile fornire una maggiore tutela a chi subisce una diffamazione a mezzo sito web.
Non vi voglio annoiare ulteriormente, giudicate voi la necessità e l’equità di una Legge simile!
Quanto al popolo della Rete vedo fermento ma anche tanta confusione. Se ne parla un po’ dappertutto ma, a mio avviso, alla solita maniera un po’ disorganizzata.
Io ci ho ragionato parecchio in questi giorni e per chi volesse approfondire rimando all’articolo, molto tecnico, di Punto Informatico. Se, invece, volete rovinarvi il sabato leggete l’editoriale di Beppe Grillo. Lui la prende sul personale; mi sa che non ha neppure torto!
Ad ogni modo, ammettiamo che la legge vada approvata, come verranno considerati i siti o i blog che risiedono in spazi gratuiti: Myspace, Blogspot, Altervista, Tripod, ecc.?
Ogni pubblicazione è una entità a sé stante, oppure deve registrarsi il fornitore del servizio?
Ma questi stessi fornitori, per la maggior parte, sono soggetti esteri!
E poi la disciplina riguarda, almeno credo, le pubblicazioni online che risiedono in server posti fisicamente nel suolo Italiano. Chi mi vieta, se costretto, di spostare i miei siti all’estero? Che ne sarà delle aziende nazionali che offrono hosting?
E poi è giusto che qualunque titolare di blog o di forum sia responsabile, civilmente e penalmente, di qualunque cosa venga scritta nei suoi spazi? E, se ho inteso correttamente, blog e forum verranno equiparati a testate giornalistiche, i titolari che dovranno fare, assumere un Direttore editoriale con regolare iscrizione all’albo?
Mi chiedo se il Legislatore abbia considerato questi aspetti. Voi che ne pensate?
Concludo dicendo che serve unità di intenti, serve organizzazione, serve una protesta congiunta. Cominciamo firmando questa petizione! Se ve ne sono altre, pubblicati gli URL nei commenti. Ma cerchiamo anche di fare in modo che tutte le proteste confluiscano nel medesimo calderone: risulteremo sicuramente molto più efficaci!


























In Italia esistono almeno 400.000 siti web. Di questi, una gran parte appartengono
a persone fisiche, non a societa’ e non sono di natura strettamente commerciale: blog, informazioni locali, associazioni, gruppi di interesse, hobbyes etc. Molti di questi supportano la loro attivita’ con piccoli annunci pubblicitari o banner, ad esempio il sistema Adsense di Google, che nella maggior parte dei casi ripaga le spese di hosting annuali o poco piu’.
Bene: secondo la giurisprudenza attuale, per un privato guadagnare anche un solo euro
dalla pubblicita’ web e’ un’attivita’ illegale, anche se paga tutte le tasse fino all’ultimo
centesimo. L’Agenzia delle Entrate ha infatti chiarito come
“l’apertura di un sito web, con inserimento di banner pubblicitari a pagamento, possa configurarsi come attività di prestazione di servizi non occasionali anche in presenza di accessi saltuari. Di conseguenza per lo svolgimento di tale attività si renderà necessaria l’apertura della partita Iva con la conseguente costituzione di impresa individuale.”
Ovvero, occorre creare una ditta per poter inserire un qualunque banner publicitario,
indipendentemente dalla natura non commerciale del sito o dall’entita’ degli importi
in gioco. Una ditta individuale costa, tra Inps, Inail, Camera di Commercio e commercialista,
non meno di 4000 euro l’anno fisse. Piu’ le tasse ovviamente, che rosicchiano a seconda del proprio scaglione di reddito fino al 50% dell’incasso, sommando Iva e Irpef. Per cui, se il sito web in questione non incassa piu’ di, diciamo, 10000 euro l’anno, e’ una pura perdita di tempo e denaro. Per guadagnare queste cifre di sola pubblicita’ occorrerebbe avere decine di milioni di contatti web all’anno, un traffico da grande sito, non certo da attivita’ da tempo libero.
La morale di questa storia e’ che e’ davvero difficile in Italia iniziare un’attivita’ su web
se non sei una societa’ commerciale. Google o Yahoo, create da studenti californiani nel weekend, in Italia sarebbero morte sul nascere. Ma come si fa a far crescere un’idea, un’impresa, se non si crea l’humus di migliaia di piccole imprese dalle quali selezionare le migliori? Impedire la nascita di micro-imprese, in particolare su internet, significa anche spegnere tante piccole Google.
Se queste micro-imprese fossero incoraggiate, invece di essere penalizzate da altissime spese fisse “d’ingresso” che rendono di fatto la tassazione inversamente proporzionale, lo Stato guadagnerebbe a lungo andare
con le tasse ordinarie (che per una persona fisica sono in genere anche maggiori che per una ditta) e la societa’ avrebbe piu’ dinamismo, piu’ concorrenza, piu’ informazione. E forse tra tante micro-imprese qualcuna potrebbe farsi le ossa per divenire il prossimo YouTube.
Comment by Luca A. — 20 October 2007 @ 19:40