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18 June 2007

Balls 2.0: Chi ha paura del VUVUVU?

Balls 2.0Ho capito che la disinformazione era montante quando ieri sera, su FoxNews (la TV) una giovane giornalista dai denti candidi intervistava una sedicente “web expert”, sicuramente dopo che questa si era sottoposta a una permanente di 2 ore e 200 dollari; la “breaking news?” Internet è in crisi, o meglio: l’e-commerce è in crisi.

Ma per favore.

Non ho mai avuto una grande stima per i giornalisti, che, quando non sono di parte non sanno quello di cui parlano e quando qualcosa sanno (non abbastanza per farlo comunque) sono di parte e i “web reporter(s)” sono sicuramente fra i peggiori.

Dopo anni (dallo sboom) fino a ieri, i giornalisti hanno magnificato le sorti progressive dell’e-commerce mondiale (Gli Usa crescono molto e cmq l’e-commerce è già una realtà, in Europa, U.K. è grande trascinatore, ma anche l’Italia fa passi avanti; perfino stati che fino a poco empo fa erano conosciuti solo per avere ospitato i carri armati dell’Armata Rossa, si lanciavano nello shopping a marcia 2.0); bene, pare che, per citare il compianto Gianni Agnelli dei primi ’90, “la festa è finita”. Ovvero? Ovvero la previsione di Bezos (15% di retail shopping via web) entro pochi anni sarebbe completamente sballata e i tassi di crescita sono destinati a decrescere, implacabilmente.

Ma va?

On-line shopping? Una dura realtà, a quanto pare non gradita ai molti che – presi da un furore centrocommercialistico o bottegasottolangolistico – preferirebbero fare le mille miglia per comprarsi una mazza da baseball o un insaccato piuttosto che perdere preziosi minuti compilando un form di iscrizione 2.0.

Dici?

Io – nel mio piccolissimo  e non potendo permettermi permanenti e con i miei denti marlborojuice – la penso un po’ diversa: che i margini dei tassi di crescita siano decrescenti mi sembra evidente (non si può fare + 40% ogni anno, lo anche un analfabeta), che la crescita ci sia (solo 9% nel 2010) mi sembra altrettanto evidente; che sia solo una questione di tempo per quel che riguarda il “sorpasso” dell’on-line sull’off-line a me pare pacifico.

Purtroppo, il web comincia davvero a fare paura; tutti lo amano, tutti lo usano e quasi tutti “run a blog”, ma pensare che da qui a qualche lustro nessuno comprerà più un giornale “ink & paper” (come sarà) o che nessuno andrà dal tabaccaio sotto l’angolo per un “mi ricarica di 50 Euro il cellulare”? o che anche il latte e le sigarette si compreranno solo sporadicamente in un “milk & tobacco” e che la musica, i film, le telefonate e tutti i libri del mondo (sul nostro e-book che ancora usano in poche decine al mondo) arriveranno direttamente o indirettamente a noi attraverso un cavo di lan o un router via satellite (much probabile) a molti non va a genio.

Non va a genio a Blockbuster, ma non va a genio nemmeno a Carrefour, non va a genio alla Telecom (ma nemmeno alla AT&T) e a tutti coloro che – pur avendo apprezzato sino ad oggi le “possibilità” del Web si sentono – a buon diritto – cadere il cielo sulla testa (per citare Asterix); l’era dei megastore e dei supermarket non è ancora finita ma saranno proprio loro (e non le botteghe sopravvissute) a dove lasciare sempre più spazio al web che – una volta partito – non è più possibile fermare.

Il fatto che DELL abbia cominciato (in maniera apparentemente paradossale) a mettere sugli scaffali di Wal-Mart server e pc che sino a ieri vendeva solo on-line è la cifra non della cristi di DELL, ma della crisi dei supermercati, dei centri commerciali e di tutti coloro che cominciano a capire che l’off-line rischia di diventare “over” già a fine carriera e non sarà più quindi un problema di cui dovranno occuparsi i nostri bisnipoti (assieme all’inghiottimento lagunare di Venezia o alla desertificazione della Sicilia orientale).

Sono strasicuro che entro la fine del secolo la maggior parte dei beni semidurevoli si acquisterà on-line (essendo del 73 non posso comunque accettare scommesse) e che non ci sarà nessun “ritorno di fiamma” dell’off-line rispetto all’on-line (mai), ma questo non significa che i “negozi” spariranno dalla faccia della terra, così come i cinema o i teatri rimarranno sempre, ma non come “luoghi di uso”, ma come “luoghi di incontro” “social places”.

Alla fine, coloro che si dovranno preoccupare un po’ di più saranno i Match e i Del.icio.us del caso,  che rischieranno di essere demodé, avendo l’off-line come unica chance di salvezza (comunque certa) la dimensione “leisure” e non necessaria che oggi sembra essere ancora patrimonio specifico del Web.

Certo, pensare che gli strumenti di informazione siano favorevoli al progresso è quantomeno ottimistico; Silvio Berlusconi, rallentando il più possibile la crescita del web italiano con il semplice non investirci, terrorizzato sicuramente da marchingegni come TIVO che riporteranno la telepromozione all’era della reclame e del Carosello, dove la pubblicità appunto sarà vista come “fine” e non come “mezzo”, sta soltanto difendendo il suo fortino, con le unghie, con i denti e anche con i capelli, mentre le compagnie di telecomunicazioni cominciano a chiedersi se hanno fatto bene a lanciare la banda larga che ridurrà al minimo i succulenti margini delle bollette Milano-Taranto o Roma-Parigi.

Beh, non potevate fare altro, tranquilli.

Nel secolo scorso i nostri nonni hanno vissuto tante “rivoluzioni”: il cinema, la macchina, la TV, l’aereo, ma niente ha mai avuto la forza destutturante del world wide web, un mondo che se per ora ha cambiato soltanto un aspetto del nostro modo di comunicare (nostro = del primo mondo), a breve (lustri e non secoli) cambierà anche tutto il resto; ancora una volta i giornalisti sono stati i primi a dare la notizia. Mi viene in mente un fatto degli inizi del 900 a Londra. Le prime automobili cominciavano a circolare, ma i vetturini delle carrozze sulle quali avevano trovato i loro successi Sherlock Holmes e Jack the Ripper non gradivano la cosa. 

Soluzione?

Mettere davanti alle automobili dei “fanti” che – avvisando della pericolosità del nuovo mezzo – a tambur battente allertavano le plebi sul pericolo di essere arrotati; dopo qualche anno quei fanti erano autisti dei famosi taxi londinesi. Ecco, succederà lo stesso e quando anche l’olio Carli venderà all’esselunga, ne avrò l’ultima prova.

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Ciao Federico,
questa tua visione sull’evoluzione assoluta del web a scapito dell’off-line mi trova in disaccordo. Penso che l’ecommerce e i negozi tradizionali vivranno in parallelo. Da un lato perchè c’è l’impulso all’acquisto che sul web scompare (passo davanti alla vetrina, vedo un oggetto che mi piace e lo compro al volo, senza riflettere e fare valutazioni sul prezzo). Poi perchè molti preferiscono un contatto tangibile col bene che stanno comprando. Infine perchè per molti lo shopping è divertimento, girare per vie stra-affollate a guardare vetrine piace (questo non me lo so proprio spiegare…). Insomma, proprio perchè i consumatori sono diversi non credo che i negozi tradizionali chiuderanno, casomai si dovranno evolvere migliorando il crm (oggi entri, paghi, esci e tanti saluti).

Comment by Giulietto — 18 June 2007 @ 11:13

Giulietto non ho detto che chiuderanno. Nella mia prosa verbosa e ipotattica troverai qualche riferimento a quello che dici tu. Parlo infatti della dimensione “leisure” che dovrà essere trasferita (pur senza per forza compensare) più all’off-line che ora è principalmente obbligatorio. Diciamo la stessa cosa, solo che io l’ho detta in una maniera meno chiara di te ;)

Comment by TOV — 18 June 2007 @ 11:26

Meglio così allora, l’importante è capirsi:)

Comment by Giulietto — 18 June 2007 @ 11:30

anche giulietto; ma ben più importante è non semplificare. la complessità è un privilegio di questo mondo rispetto al paradiso ;)

Comment by TOV — 18 June 2007 @ 11:48

Ci sono settori e aziende che pagherebbero per poter avere situazioni di crisi con crescite in termini di volumi di fatturato del 2/3%
L’allarme lanciato dal NYT e ri-lanciato dalla stampa Italiana con toni allarmistici, altro non è che la solita campagna di (dis)informazione sul mondo e-commerce.
Un allarme ‘falso’ in quanto parla di crisi in termini di diminuzione del trend di crescita che comunque rimane positiva. (Per i libri è previsto solo il 9% mentre per il pets solo il 30%)

L’e-commerce fa paura perché ha cambiato e sta cambiando le regole.
Non posso che essere d’accordo con te: l’ecommerce è uno (dei tanti) canali di vendita e nel prossimo futuro non esisterà alcuna distinzione fra terrestre e on-line.
Il consumatore comprerà dove gli sarà più comodo, semplice, divertente e (perché no?) anche più conveniente.

Comment by AndreaSpedale — 18 June 2007 @ 12:12

Come dare torto a questa giornalista permanentata…

Ah ehm… mmmh… se penso che nell’ultima settimana ho comprato online una PS2, accessori, giochi, un cellulare e due abbonamenti (ad NME e all’Internazionale) allora forse sì, un pò torto ce l’ha :)

Comment by Sghedo — 18 June 2007 @ 12:27

si tratta del “giornalismo permaente”; cmq, joking aside, pensare positivamente che la gente “sceglie con la sua testa” (permanente o meno) è un po’ ottimistico; la gente sceglie in parte con la sua testa in parte con la testa e gli interessi degli altri; il cambiamento non si può fermare, ma si può frenare. Stanno cominciando a voler frenare.

Comment by TOV — 18 June 2007 @ 12:43

Certo che hai del fegato, Federico, a guardarti Fox News! Al confronto Rete 4 sembra un baluardo contro la faziosità dell’informazione

Comment by twerty — 18 June 2007 @ 14:55

Beh fai conto che ho tre alternative principali:
Rai international (prova del cuoco, crimini, papa per 12 ore la domenica etc)
Fox news
Aljazeera
BBC
CNN
devo dire che Al Jazeera è la migliore.
Fox punta sulle belle rgazze, come Fede d’altronde :)
Fede (not the emilio one)

Comment by TOV — 18 June 2007 @ 15:15

Perfettamente d’accordo, sono tantissimi i beni acquistabili on-line e sono così tanti i vantaggi nel farlo che la strada è segnata. Concordo sul fatto che l’off-line non sparirà mai, ma dovrà evolversi e alcune “tipologie” tenderanno a sparire se non troveranno alternative (es. blockbuster). L’Italia (non conosco la situazione all’estero) deve tuttavia risolvere in fretta un problema di “basso livello” molto serio e cioè il TRASPORTO della merce. Per essere venduti i beni fisici devono essere consegnati al cliente ma troppo spesso si verificano problemi che scoraggiano gli acquirenti.

Comment by Vanio — 18 June 2007 @ 18:57

Il trasporto è una parte fondamentale, the last and not (at all) the least; purtroppo ho una buona esperienza in campo couriers, ora come chi ci ha a che fare per la reportistica di pacchi lanciati nei giardini (e chi non ha il giardino?), di gente che non sa l’italiano e dice di essere passato ma di non aver trovato nessuno (palle nella maggioranza dei casi); 15 anni fa feci una esperienza come “scaricatore di terra” al CAAM di Milano (uscita dopo Linate, come sanno i tangentisti); prima al “belt” (mettere i colli gentilmente lanciati dai colleghi sul nastro), poi promosso come “stivatore” (dove era richiesta una concezione tridimensionale dello spazio. Ricordo che a quel tempo non c’era nemmeno uno straniero (non si usava nemmeno il termine extracomunitario); eravamo tutti Italiani e tutti incazzati per un lavoro pesantissimo e sottopagato (lavoravamo non direttamente per UPS ma per una delle cooperative che hanno introdotto il precariato prima che Biagi avesse l’idea di fare resuscitare le BR); ricordo che una volta arrivò un “bilico” di lampadine (marca: Osram) i cui pacchi chiaramente indicavano di maneggiare con cura. Io e un laureando in storia cercammo di bloccare la furia dei più che si divertiva a scagliare i pacchi di modo che le lampadine si sfasciassero con certezza; nessuno ci disse mai niente, anche perché i “supervà” (diminutivo di supervisor) non erano altro che dei kapo’ svogliati, gente che fino a poco tempo prima stava al “belt” e che ora aveva fatto carriera, sognando (ricordo un ragazzo tracagnotto in cravatta e scarpe sfondate che me lo diceva) di diventare direttore di un supermercato, ignaro del fatto che è uno dei peggiori lavori in cui possa incappare un operaio che sa far di conto (per la prossima puntata la mia esperienza come scaffalista di Esselunga). Ho dei bellissimi ricordi di “vita vissuta” durante il mio periodo di “scaricaore”, ma non posso dire sicuramente che regnava una grande professionalità o attenzione al lavoro che si faceva (la pausa era di 9 minuti ogni 4 ore, per bere, andare in bagno e fumare una sigaretta, Sirchia ancora non ci aveva appestato la vita); oggi vedo che la maggior parte di chi lavora come corriere è extra cee, normalmente sudamericani o centramericani, forse sono più coscienziosi della simpatica canaglia con cui lavoravo io 15 anni fa, ma non mi danno l’impressione di essere molto ferrati o meticolosi. Purtroppo, anche per “handling & shipment” la gara dei corrieri è quasi esclusivamente quantitativa, in una rincorsa al mezzo euro in meno al “collo” e non ho mai sentito nessun “commerciale” di una ditta di trasporti magnificare la qualità del servizio; non si parla più nemmeno dei tempi di consegna, solo del prezzo al kg e al metro cubo. Ancora purtroppo noi vorremmo acquistare non kg o metri vubi, ma oggetti, alcuni dei quali fragili come le lampdine osram e magari anche più costosi. Ma d’altronde è tutto assicurato no? Accade per i trasporti lo stesso che accade per il Customer Care; il bravo Tombolini ha tutto il diritto di rivendicare la sensibilità culinaria di qualche transilvano volenteroso, pagato 200 euro al mese se va bene, ma tutto si ferma al suo diritto e la situazione non cambia molto per il customer care delle grandi aziende (dalle telefoniche in giù) o dei siti di medie dimensioni, d’altronde, pagando 6 Euro l’ora gente che viene rotativamente sostituita da gourmet moldavi non possiamo pretendere nemmeno un corretto uso della lingua. L’e-commerce ha dei costi in meno e dei costi in più e quando qualche “web entrepreneur” illuminato vuole “investire un po’” chiama una delle top seoguerrillappcCDCppacpmproximitymarketingbehaviour lattitudewithbrandequityspecificskills, e butta decine di migliaia di Euro in un progetto che, puntanto sul “rifare tutto con una prospettiva 2.0″ e proponendo un “corporate blog” anche per chi vende tappeti o concime alla tonnellata, dimentica di dire che l’e-commerce è quella cosa che sta fra la prevendita (wannabecustomer-care) e la postvendita (lo shipping è già postvendita, per chi non ci avesse pensato…); Il nonno di Robert De Niro diceva che “un soldo risparmiato è un soldo guadagnato”; forse non aveva ragione. With all due respect.

Comment by fede — 18 June 2007 @ 21:44

esempio di giornalista nostrano (una vera “fox” direi) che ci ricorda in maniera subliminale (per lui/lei sicuramente) che comprare online biglietti è rischioso, soprattutto perché puoi rimanere ore in aeroporto con una cariatide siculo-riflessiva come Manlio Sgalabro.

Comment by fede — 18 June 2007 @ 23:18

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