29 May 2007
(Grande) Fratello Google e Sorella Privacy
Mi occupo da tanti anni di motori di ricerca (i.e. uso i motori di ricerca da tanti anni) e devo rilevare che sembra ormai morta la possibilità di sentire qualcosa di nuovo in merito agli aspetti essenziali e sostanziali della search; come ogni anno, assieme ai consigli su come non morire per afa se si è anziani o come non rischiare tumori alla pelle se anziani non si è ancora, emerge – su blog più o meno prezzolati e su magazine asettici – il dibattito in merito alla (nostra e vostra, promiscuamente) privacy.
Premetto che non ho mai tenuto molto alla mia privacy o – come si traduce malamente in italiano – riservatezza; penso che il vero problema della mia privacy, come di quella di quasi tutti gli esseri umani – sia quello di non conoscerla io stesso, di non sapere chi sono, cosa voglio fare e nemmeno che cosa volevo fare da grande (o da trentenne, che non è la stessa cosa); ma diciamo che, per seguire i dogmi semantici della 196/2003, la mia privacy dovrebbe riguardare: quanti soldi ho in banca (e come li ho fatti, ma questo – per la maggior parte degli italiani riguarda direttamente il ministero delle finanze - ), quali sono le mie malattie (anche se la maggior parte della gente non lo sa), quali sono le mie tendenze politiche (diciamo “tensioni”) o quali sono i miei orientamenti sessuali (eterosessuale, omosessuale, sposato, etc.); forse quindi, non valutando granché questi elementi come “indicatori di personalità” e validissime cartine di tornasole della mia federicorivicità, sono uno fra quelli che non si preoccuperebbero di avere le telefonate ascoltate, le mail lette o le cartelle cliniche analizzate; anzi, vorrei una mano per capire “di che cosa si tratta” e sono anche uno fra quelli (penso che ce ne siano, anche se non scrivono spesso) che il problema della privacy legata al web è un finto problema; o meglio: il problema non è che i motori di ricerca sanno troppo su di noi o potrebbero (voler poter) saper troppo su di noi, ma che sanno troppo poco.
Le recenti dichiarazioni del manager che sarà ricordato fra un po’ solo per avere rilasciato un’intervista a Playboy pochi giorni prima della IPO (E. Schmidt), hanno fatto sussultare i soliti “guerrieri della privacy”; Schmidt, cercando di dare finalmente un’idea della strategia della corporation dei BrinBoys, ha dichiarato che il loro attuale “goal” è quello di rispondere alla domanda:
‘What shall I do tomorrow?’ and ‘What job shall I take?’
In sostanza, sapere tutto su di noi, anche le cose più intime (a quanto pare Schmidt domani lavorerà…); così come pochi giorni fa era stata lanciata la brillante idea dell’hardcore player targeting, un geniale progetto finalizzato a vendere fucili a pompa a chi gioca a Quake e palline d’acciaio a chi gioca a flipper, oggi Schmidt lancia rilancia il behavioural marketing ad uso dei motori di ricerca (e del web in generale), ma l’unico vero pericolo (non tragico, ad ogni modo) è che – come per il web semantico stiamo ancora “a caro amico”, come dicono a Roma – anche per il behavioural marketing dobbiamo aspettarci solo altre ondate di dichiarazioni, seguite da ondate di sdegno/protesta, periodo di “raffreddamento e poi ancora dichiarazioni e ondate di protesta, senza vedere altro che AdSense che mi propongono risposte sul cielo blu o sulla dolce vita perché la mail che sto leggendo è poco semantica agli occhi del Big (mac) Brother Google.
Io vorrei tanto visualizzare adv che non dico sia “commisurata” alla mia “intimità” (la mia f++++++ privacy), ma per lo meno che non mi si propongano dentiere (è presto) o assorbenti con le ali (è ancora più prematuro…); i marketing tycoon vorrebbero fare nel web ciò che qualsiasi commesso sa fare in un negozietto di periferia, ovverosia non proporre un body rosa a un ciccione che ha bisogno di un cappotto o che qualsiasi oste sa fare da quando ancora non arrivava al bancone: non offrire una cassoeula con cotenne a una ragazza filiforme.
Ma credo poi, coloro che veramente non credono nel marketing comportamentale siano gli stessi pubblicitari, abituati da decenni a badare più all’efficacia (e non tracciabilità) della pubblicità che alla sua targhettizzazione, usi a pubblicizzare sulla tv nazionale prodotti che sono disponibili sono al nord Italia (Esselunga) o che interessano solo una piccola percentuale della popolazione (pannoloni, auto da 100.000 euro o corsi per studiare alla velocità d Alex del Piero).
Non ci credono nemmeno coloro che ancora credono che una intenzione del momento sia più forte della struttura psicologica costruita in un vita e che se sto cercando di comprare un telefonino (non serve nemmeno troppa semantica) non importa se sono un cocainomane, un laureato o un vecchio incontinente in pensione (visto che queste tre “personalità” spesso coincidono); Google, primus inter pares, è ammaliato da un lato dalla semanticità sella search (ancora una sirena muta) e dall’altro dalla comportamentalità del click-stream e cerca di porvi rimedio ingaggiando LSI professors con (maybe free) AdWords sulle serp da un lato e con la raccolta dei nostri bookmarks, mail e cronologie dall’altro.
Il vero problema della nostra privacy, ancora per molto, è che ce ne dovremo occupare solo noi per molto molto tempo ancora, ignari della sua dimensione e di quello di cui qualcuno è ben conscio “là fuori”: che l’unico modo per vendere più prodotti è far sì che la gente abbia più soldi da spendere e che anche targhettizzando al dna, chi guadagna 1000 euro al mese vedrà solo la pubblicità dei pannoloni o delle dentiere e rimarrà ipnotizzato, in un sogno tramontato, alla vista di un Cayenne chiavi in mano.


























Riassumendo ?
Comment by Alessandro Venturi — 29 May 2007 @ 12:41