11 April 2007
Flash Mob: a chi serve?
Lo spunto per parlare di Flash Mob ce lo offre un nostro lettore, Giovanni, che ci chiede di esternare il nostro punto di vista sul fenomeno popolar-americano che ovviamente non si poteva non emulare anche in terra nostrana.
E’ una strategia di marketing? Direi di no. Ha un’utilità precisa? Direi di no. Serve ad avere un ritorno economico? Difficile da credersi. Il ROI? Non c’è. Serve a fare branding? Mah, ho i miei dubbi.
Premetto che non amo l’emulazione a priori di tutto ciò che viene importato ancora impacchettato dalle ‘nuove usanze’ degli Americani. E mentre il marketing e la comunicazione, per funzionare, sentono ogni giorno la necessità di trovare nuovi sbocchi originali, che non siano inflazionati, il rischio per chi invece segue la corrente è di inflazionarsi anch’esso. La ragione del mio dissenso deriva dal fatto che certi fenomeni, chiamiamoli di costume, tendono spesso e volentieri a voler essere sfruttati in chiave commerciale. Ovviamente c’è anche chi, in tutto questo, prova a trarre un vantaggio. Ma chi esattamente? Ci arrivo a breve.
Partiamo dalla definizione di Wikipedia:
“Con il termine flash mob (dall’inglese flash - breve esperienza e mob - moltitudine) si indica un gruppo di persone che si riunisce all’improvviso in uno spazio pubblico, mette in pratica un’azione insolita generalmente per un breve periodo di tempo per poi successivamente disperdersi. Il raduno viene generalmente organizzato attraverso comunicazioni via internet o tramite telefoni cellulari. In molti casi, le regole dell’azione vengono illustrate ai partecipanti pochi minuti prima che l’azione abbia luogo.
Nella maggior parte dei casi, il flash mob non ha alcuna motivazione se non quella di rompere l’ordinarietà dell’esistente. I partecipanti all’azione (flashmobbers) si incontrano in un punto prestabilito per realizzare assieme un’azione corale che non ha alcun senso, se non contestualizzato in quei brevi istanti di evento. In questi casi, il flash mob si presenta come un’azione apolitica, aconfessionale, priva di connotazioni religiose, politiche o sociali; in essa viene unicamente incoraggiata la piena libertà di espressione.”
Della mancanza di senso di questi ritrovi trovo conferma anche in un vecchio articolo di Repubblica.
Difficile quindi per me trovare un legame diretto tra flash mob e strategia di marketing. Ma come ipotizzavo forse, qualcuno, in modo ‘parassitario’ prova a trarne beneficio. Con una strategia simil ambush, con la sola differenza che nei casi di ambush marketing, è presente uno sponsor principale, ed altri sponsor che in un modo o nell’altro sfruttano ed invadono lo spazio del primo per trarne un beneficio, gratuitamente. In breve, uno paga, gli altri, come veri e propri parassiti, tentano di sfruttare la visibilità del primo.
Il flash mob quindi potrebbe essere un’occasione per coinvolgere una moltitudine di persone (ammesso che si presentino), senza uno scopo se non quello di ritrovarsi in un luogo preciso, e magari fare qualche scatto fotografico un po’ furbo per far risaltare qualche marchio, perso nella folla ma stranamente presente. Di base quindi manca la strategia, che come la vecchia scuola insegna, è la base che sostiene sempre il marketing che funziona. Per il branding parassitario invece, solo un’occasione senza senso. E quello no, direi che non funziona davvero.


























Si evolve la tecnologia ed anche le relazioni sociali: oggi i flash mob, ieri semplici scampagnate
Comment by Francesco Gori — 11 April 2007 @ 19:14