6 March 2007
La verità sta nel mezzo. Forse.
Parlerò di ricerche di mercato ma senza l’occhio clinico dell’esperto ai lavori (che in questo caso non sono). Non voglio
assolutamente sovrappormi a Mariangela sia perchè non ne sarei in grado, sia perchè non ne ho le competenze. Sono un fruitore di ricerche come tutti noi, le leggo, le studio, le metabolizzo e ne traggo spunti lavorativi e di sviluppo. Ovviamente sono più interessato alle ricerche che hanno come focus il web ed internet in generale. Quale ambito, più di internet, con la sua velocità di espansione e di "fagocitazione" non può prescindere dal sapere come evolve il mercato ed i relativi player?
Se interessa a me, inteso come privato, ancora maggiore è l’interesse per le aziende. Queste (le medio grandi almeno) commissionano continuamente ricerche di mercato, per tastare il polso del proprio "market share". Quindi essendo un prodotto destinato alle aziende (che in base alle ricerche investono soldi), la rappresentatività dei dati deve essere non meno del 99.9%. Ora, perchè questa premessa? Perchè nella solita lettura/approfondimento quotidiano concentrato su alcune testate, ho letto due notizie apparentamente in (mezzo) conflitto. C’è da dire che l’effetto stridente è stato forse rafforzato dal fatto che le due news erano presenti sulle stesse testate a distanza di poche pagine l’una dall’altra.
La prima diceva che un importante brand automobilistico in occasione della Festa della Donna (chiamarla festa mi mette tristezza, ma i media la "vendono" così) inaugurerà una sezione online espressamente dedicata al pubblico femminile. Sezione non focalizzata sull’automotive, ma una specie di approfondimento al femminile riguardante il lifestyle in generale. Iniziativa intrigante più che altro per la "differenziazione di prodotto" offerta.
Continuo a navigare questo importante sito giornalistico e leggo, poche pagine dopo la prima notizia, un articolo dal titolo quasi profetico: "Le donne in Italia sono negate di informatica" o qualcosa del genere. In preda ad una sorta di stato di disorientamento provo a fare mente locale cercando almeno di leggere quanto è emerso dalla ricerca condotta da Eurostat (l’Ufficio di statistica dell’Unione Europea). Dopo le bulgare, le nostre donne sono le peggiori dell’UE in quanto a conoscenza di computer e internet. Il 64% delle donne italiane non ha alcuna conoscenza del web.
Faccio un rapido brainstorming mentale e mi chiedo: dove sta allora la verità? Se un grande brand (ma molto grande) investe dei soldi per implementare sul proprio sito una sezione dedicata alle donne sicuramente ha "avuto per le mani" dei dati che confermano la presenza ed il possibile interesse di questo specifico target per il brand in questione. Un istituto di ricerca del calibro dell’Eurostat per condurre una ricerca a livello europeo si è sicuramente avvalso di un campione rappresentativo della realtà europea.
Quindi? Perchè questi dati sono in controtendenza: un istituto dice che il "tuo" target è non solo poco presente su uno specifico mercato ma anche poco alfabetizzato del mezzo e tu brand decidi ugualmente di investirci. Ripeto tutti e due i "soggetti" in questione hanno i loro dati sicuramente fondati, ma io continuo a non capire.
O forse sì…


























Premetto che non ho compreso il concetto di ‘rappresentatività dei dati’: nelle ricerche di tipo quantitativo conta enormemente la qualità dei dati, la loro attendibilità, la loro elaborabilità con le varie tecniche statistiche. Dai dati si estrae l’intelligenza che permette alle ricerche di poter determinare trend e sviluppare previsioni e proiezioni.
Per contribuire al post, che pone un quesito intelligente e curioso allo stesso tempo, una possibile interpretazione può essere fornita dal targeting che ciascun attore di mercato sviluppa, in funzione del segmento di maggior pertinenza e della propria strategia di offerta.
Per quanto possa sembrare giusto che l’universo femminile sia ancora “lontano” dalla tecnologia, segnatamente dall’utilizzo della rete, é pur vero che esiste per le aziende un target marketing di nicchia: infatti in alcune fasce di utenza si possono trovare donne che per varie ragioni professionali e culturali conoscono lo strumento internet.
Le statistiche che riguardano l’occupazione femminile nei settori del cosiddetto terziario avanzato, ed in particolare nel settore industriale dell’ICT, confermano che da almeno 4 anni le donne si sono inserite in numerosi processi di analisi e produzione.
Per quanto riguarda le libere professioni, un’indagine Cnel ha confermato come l’automazione di numerosi processi della consulenza abbia incluso tutti, senza troppe distinzioni di sesso e di età.
E’ sempre più probabile che il digital divide esprima difficoltà di accesso alla rete ed alla cultura digitale in relazione a particolari aree, il sesso dovrebbe essere una discriminante secondaria, tenendo conto dell’accresciuto livello occupazionale delle donne.
Le strategie promozionali potrebbero quindi tener conto dei sottosegmenti, e utilizzare la rete per comunicare ad un target selezionato: si potrebbero rivolgere ad un numero limitato di persone, consapevoli che queste ricevano i messaggi marketing e possano essere sollecitate con successo.
Comment by Claudio Iacovelli — 7 March 2007 @ 10:35