« La cultura americana? Una questione di algoritmi
Web Advertising in Italia: Intervista a Mauro Lupi »

8 January 2007

Comunicazione interna

comunicazione internaPERCHE’ FARE COMUNICAZIONE INTERNA? Quali vantaggi offre?

Pensare di ricorrere alla comunicazione interna solo nei momenti di cambiamento (ristrutturazione aziendale, riposizionamento, fusioni e acquisizioni) o nei momenti di crisi, è un errore. La comunicazione interna per un’azienda è essenziale e utile per diversi motivi: tramite azioni che diffondano all’interno dello staff la mission e gli obiettivi aziendali, si può migliorare la produzione di beni e servizi verso l’esterno. Ma non solo.

Iniziative che rendano note (se non approvate) le scelte aziendali, che semplifichino le procedure operative, che eliminino tempi morti nei processi comunicativi e decisionali hanno come effetto la diminuzione di incomprensioni e contrasti - in un’ottica di miglioramento del clima aziendale e di sviluppo del senso di appartenenza/fiducia - ma soprattutto possono avere come conseguenza l’inattesa rivalutazione o scoperta di risorse interne presenti nell’azienda. Oggi le aziende sono entità complesse, che necessitano di una forte integrazione e diffusione di linguaggi, valori, cultura.

IL PIANO DI COMUNICAZIONE INTERNA

Senza parlare per forza in termini di marketing, quando si vuole mettere in atto un piano di comunicazione (interna) è indispensabile analizzare i vari elementi.

- TARGET a chi si rivolge la comunicazione interna? Un tempo era facile rispondere a questa domanda: ai dipendenti. Ora che viviamo nell’era dei collaboratori a progetto, dei consulenti, del personale a termine, ecc.. a persone che spesso fisicamente lavorano in città e magari nazioni distanti, è giusto comunicare anche a loro obiettivi, andamento, successi? Se i mezzi odierni consentono un facile raggiungimento di persone dislocate sul territorio, si pongono questioni delicate di privacy e riservatezza. Una mail che gira può arrivare a chiunque: anche alla concorrenza, ai fornitori o ai clienti.

- OBIETTIVI oltre agli obiettivi/finalità “macro” che ho definito sopra (condivisione mission, miglioramento clima aziendale, diffusione nuovi valori..) la comunicazione interna può avere obiettivi più concreti e misurabili. Può avere scopi informativi di base (ad es comunicazioni di servizio), operativi (di supporto ai processi organizzativi), formativi (soprattutto per i nuovi arrivati), “politici” (fra cui rientrano anche i comportamenti che l’azienda si aspetta dai suoi dipendenti), divulgativi (per es il nuovo logo, i messaggi chiave..) o a volte persino ludici.

- TEMPI: per ogni singola azione vanno previsti tempi di realizzazione e scadenze. Sia per la produzione/realizzazione che per la diffusione. Per es stabilire un invio periodico di mail ogni lunedì va bene o si rischia che venga cestinata in mezzo allo spamming accumulato nel weekend? La frequenza dei post in un blog interno che cadenza dovrebbe avere? settimanale? Giornaliera? Esistono periodi critici per l’azienda (Natale?) nei quali è bene sospendere o intensificare la comunicazione?

- STRUMENTI: se in un’azienda esistono già strumenti tradizionali di comunicazione interna, è bene non abbandonarli ma integrarli ai nuovi, quindi ok a giornalini, bacheche, rassegne stampa, circolari… meglio se trasportate o rese disponibili anche in versione digitale.

Sul giornalino aziendale cartaceo si potrebbe discutere molto: ha come consistenti difetti il costo e la tempistica (quando esce il giornalino la notizia puo’ essere già vecchia). Ma è anche uno degli strumenti più fisicamente percepiti dalle persone interne ed esterne all’azienda. Farne una versione online può avere l’indiscutibile vantaggio di essere più rapido nell’aggiornamento, ma può sminuire la sua forza “fisica”. Tuttavia permette l’interazione di chi legge, cosa non possibile con la versione cartacea (o almeno non in tempi rapidi).

La bacheca spesso è il regno dell’anarchia: si attacca di tutto, dagli annunci di affitti, alle congratulazioni per matrimoni e nascite ai tornei di calcetto. Spesso è percepito come uno dei pochi luoghi dove la comunicazione parte dal basso. Può essere strategico la sua trasposizione o ancor meglio l’integrazione nell’online. L’intranet è a volte uno strumento con un’interfaccia arcaico, dove le comunicazioni sono nascoste sotto ramificazioni e classificazioni troppo rigide. Sarebbe da ripensare in un’ottica Wiki per reperire informazioni, risposte, definizioni, ma anche un luogo interattivo per partecipare con il proprio know-how aziendale alla costruzione del sapere.

- FORMAZIONE: se è vero che la comunicazione tramite i nuovi strumenti è più facile, ci sarà comunque uno zoccolo duro di dipendenti e collaboratori che hanno scarsa attitudine alle nuove tecnologie (anche per motivi di età) e di resistenza psicologica alle novità (insomma preferiscono le vecchie circolari cartacee che aprire un pdf). E’ bene prevedere un percorso formativo in questo senso.

- BUDGET: anche se la comunicazione fosse completamente non cartacea e prodotta dal personale interno, va comunque messo in preventivo il tempo speso dalle risorse alla creazione e trasmissione dei contenuti.

- MONITORAGGIO: oltre all’analisi delle statistiche (quante persone hanno letto la mail o l’articolo, scaricato la circolare…) è bene prevedere anche altre forme di feedback (commenti, sondaggi o altro). Un livello più sofisticato di monitoraggio riguarda la possibilità di rilevare l’effettiva trasmissione di obiettivi e valori dell’azienda, insomma se certi messaggi alla fin fine sono passati oppure no, e cosa è stato realmente percepito dal destinatario. Può essere una buona strategia anche far conoscere alcuni risultati al personale. Un’ultima questione da risolvere prima di partire…

- IL LINGUAGGIO: il linguaggio nei contatti con l’esterno può essere diverso dal gergo aziendale. Spesso all’interno di un’impresa esistono procedure, documenti ed espressioni condivise… è importante valutare questi aspetti e decidere se usare un tono formale o informale, se parlare a tutti indistintamente o usare linguaggi diversi su strumenti diversi (il blog può essere più colloquiale di un forum..).

LA COMUNICAZIONE INTERNA IN UN’OTTICA WEB 2.0

Una volta la comunicazione interna era il “giornalino aziendale”, era l’house organ, era una rivista patinata, redatta con un linguaggio artificioso da un gruppo redazionale, che si faceva portavoce delle informazioni sia dall’alto che dal basso. Un prodotto che tutti inevitabilmente cestinavano. Oggi che la tecnologia permette strumenti di comunicazione più rapidi, immediati, fruibili (blog, forum ecc.) è più facile la partecipazione di tutto il personale aziendale che può diventare scrittore e produttore di contenuti (intesi sia come testi che come foto e video).

Nel momento in cui le singole persone capiscono di poter convogliare in uno strumento condiviso i propri pensieri ed emozioni, la cosa non può che avere successo (a patto che i vertici aziendali riescano a trattenere la volontà di controllo e ri-adattamento dell’informazione): quando tutti si rendono conto che la comunicazione non è pilotata dall’alto, ma raccontata da tutti, partecipano con entusiasmo. Ma.. una volta messa in atto, la comunicazione interna può provocare effetti a catena. Se tutto lo staff capisce che c’è uno strumento o un luogo per porre questioni, per chiedere o dire quello che prima non si poteva, si aspetterà risposte.

Ecco che in quest’ottica 2.0 chi in passato doveva produrre e coordinare l’informazione, adesso la deve moderare, inteso come la moderazione di un forum: non censurare ma coinvolgere, spingere, far partecipare, rispondere, placare i flame.. E’ essenziale che il coinvolgimento sia tanto ai piani alti dirigenziali che nel management intermedio (quadri, supervisor,ecc.) e includa anche gli ultimi arrivati.

Articolo a cura di Nelli

Social Bookmarking
blinkbits  BlinkList  blogmarks  co.mments  connotea  del.icio.us  De.lirio.us  digg  Fark  feedmelinks  Furl  LinkaGoGo  Ma.gnolia  NewsVine  Netvouz  RawSugar  Reddit  scuttle  Shadows  Simpy  Smarking  Spurl  TailRank  Wists  YahooMyWeb 

Caro Jacopo, vorrei fare alcune osservazioni:

quando parli di intranet e comunicazione web 2.0 dici cose condivisibili, ma è evidente che queste nuove modalità non sono l’ennesimo strumento tra gli altri da utilizzare (giornalino, bacheca e…intranet), ma qulche cosa che costringe a ripensare tutto il proprio sistema organizzativo e di comunicazione.

Proprio a partire dal famoso “piano di comunicazione”. Target, obiettivi, tempi e strumenti, dammi retta, sono una specie di coperta di Linus. Quando fai la comunicazione interna “vera” non li usi.

Per arrivare al meccanismo redazionale e di “governance”.

Sul fatto che la cosa “non possa che avere successo” sarei più prudente: per eseperienza so di molte ciambelle che non sono venute con il buco.

Quando dici “a patto che i vertici riescano a trattenere” eccetera, esprimi, perdonami, una cera ingenuità. E’ ovvio che la situazione di partenza, SEMPRE, è che i verici NON riescono a trattenere.

La vera scommessa è capire in quale modo coinvolgerli nel modo giusto. Se no rischiamo di avere una posizione del tipo: Andare sulla Luna? Facile: a patto che tu vada a Cape Canaveral, chieda quando parte il primo Shuttle, ti metta in fila e poi…Via.

Poi c’è la questione delle culture organizzative: facile fare un forum (o addirittura un wiki) con i tecnici dell’assistenza, più
difficlle con quelli del Customer Care.

Poi ci sono le prassi consolidate: ogni tecnologia che non tiene conto delle prassi concrete di appropiazione delle tecnologie da parte delle diverse comunità di pratiche rischia di “cadere dall’alto” anche se è la più collaborativa del mondo.

Chi fa comunicazione interna in genere fa un percorso un po’ più accidentato: un passo avanti e due indietro, e così via per cambiare la cultiura aziendale.

Con affetto

Comment by giacomo Mason — 8 January 2007 @ 12:26

Ciao Giacomo

l’articolo l’ho pubblicato io, ma come vedi in calce è di Nelli, non mio.

Comunque sono certo rispondera’ alle tue osservazioni.

Grazie del feedback. :)

Comment by Jacopo Gonzales — 8 January 2007 @ 12:31

ah ecco…

okkio che voi avete in calce: “scritto da” e non “pubblicato da”
:-)

Comment by giacomo Mason — 8 January 2007 @ 12:36

si infatti. ciao Giacomo, l’ingenua sono io :)
scherzi a parte, ti do ragione, la realtà aziendale è spesso diversa dalla teoria.

quello di cui ho parlato sono le possibilità, gli obiettivi a cui tendere, gli strumenti. poi quello che succede è che ci sono aziende in cui nemmeno si usa la mail.. perciò come si può sperare di arrivare a tanto?

un po’ come quando si lancia un progetto di ecommerce e poi ci si rende conto che il magazzino non è fasato con l’ufficio commerciale o il marketing.

sono convinta che certi processi richiedano tempo e passi avanti e indietro, ma possano funzionare se c’è capacità di coinvolgimento (soprattutto nei piani dirigenziali) e di motivare.
bisogna anche toccare i tasti giusti. ho visto persone impedite tecnologicamente, imparare a usare d’un botto un forum nel momento in cui si parlava di cose utili per sè (fosse anche il fantacalcio..)

assolutamente daccordo anche sulle prassi consolidate. sbagliato non tenerne conto.

le “mie” indicazioni di obiettivi, tempi, ecc… devono essere viste come una sorta di promemoria mentale di chi ha la (s)fortuna di doversi occupare di comunicazione interna. avere chiarezza su alcuni aspetti, ritengo possa aiutare nel perseguire certi risultati.
quando vai a contrattare con la direzione gli spazi comunicativi può aiutare.

grazie per il tuo commento.
e grazie a jacopo per avermi ospitato.

Comment by nelli — 8 January 2007 @ 12:50

Grazie per le precisazioni.
:-)

Ci tenevo solo a sottolinare che la lotta culturale e il processo di addomesticamento organizzativo non sono cose che possono esserci o non esserci nella comuncazione interna, ma fanno parte della sua ontologia.
:-)

Riguardo al piano di comunicazone, putroppo a mio farere fa parte di qualla “illusione del controllo” di cui si accennava. Mi permetto di rimandare a un mio piccolo post di due anni fa per chiarire che cosa voglio dire
http://intranetmanagement.splinder.com/1079968255#1672852

Un’altra cosa: tu dici

“L’intranet è a volte uno strumento con un’interfaccia arcaico, dove le comunicazioni sono nascoste sotto ramificazioni e classificazioni troppo rigide. Sarebbe da ripensare in un’ottica Wiki”

Non è esatto a mio parere: ci sono ottime interfacce che non devono per forza essere 2.0

E per fortuna che l’ottica wiki non è l’unica soluzione, se no staremmo freschi.
:-)

Ciao e grazie

Comment by giacomo Mason — 8 January 2007 @ 13:05

Bella discussione, e bell’argomento.
Vi confermo una mia convinzione che è, ovviamente, circoscritta al mio contesto lavorativo :-)
Non cercate un forte committment negli sponsor, hanno poco tempo per ascoltare e ancora meno per far quadrare i ragionamenti e “capire”.
Oggi l’approccio dal basso o button-up come volete chiamarlo, può funzionare.
Mettete insieme le micro reti sociali dei settori, dipartimenti e/o uffici (workgroup?) e tutto parte da solo.
Poi il management lo vede, lo usa e lo considera scontato.

Un po di coraggio sulle ali del 2.0 e delle reti sociali e la comunicazione interna decolla….poi bisognerà gestirla.
Ciao

Comment by gigi cogo — 8 January 2007 @ 19:43

Per il piano di comunicazione è fondamentale la coerenza tra strategie on line e off line. soprattutto in strutture di medie dimensioni (o a queste riconducibili, divisioni, gruppi di lavoro, ecc.) l’on line possa innescare un dibattito che prosegua in forme più tradizionali

Comment by spiderpanoz — 9 January 2007 @ 14:29

“Radio Moquette” funziona come strumento di comunicazione interna ed ha una rapidità di diffusione superiore a qualunque altro strumento. La comunicazione interna è un [interessantissimo] tema per convegni del direttore del personale…….spesso senza budget.
Un abbraccio.
Pier Luca Santoro

Comment by PedroelRey — 9 January 2007 @ 14:53

non è sempre vero.
può essere interessante invece in momenti di riposizionamento del business e di rifocalizzazione sul cliente.

concordo però che non credo siano necessari forti investimenti.

Comment by spiderpanoz — 9 January 2007 @ 14:57

Pongo un quesito:

I blog aziendali che “tipo” di comunicazione sono ?

Comment by Sukàmi — 9 January 2007 @ 15:06

sul 2.0: sinceramente mi fa un po’ ridere che si consideri la comunicazione bottom up ADESSO, come se il web 2.0 ci avesse illuminato tutti sulla via di Damasco.
Lo trovo francamente un po’ troppo modaiolo per farne la base di un progetto serio.

Che le intranet debbano essere 2.0 in senso lato è risaputo. Che debbano esserlo perché creiamo una classificazione con le “tag clouds” o perché creiamo un wiki è proprio un altro paio di maniche. Andate a spiegare il wiki alla vostra collega di 57 dell’amministrativo (perché in azienda ci sono anche loro eh..)

Che la strategia di governance si debba fomare strada facendo e in modo collabotativo è risaputo. Che non ci debba essere perché tutto si aggiuta è un altro paio di maniche.
Provate a gestire le lamentele e i casi personali di centinaia di coleghi senza una strategia di coinvolgimento delle varie “line” e del Personale e poi me lo dite.

Il tema della Radio moquette è più interessante. Troppo spesso in questi anni abbiamo assistito ad una strategia “negazionista” (questo livelllo non esiste ed esistono solo le slide con le strategie da trasmettere a cascata) o una strategia “revisionista” (questo livello essite ma non ha alcun valore di fronte alla
comunciazione interna “vera”).
Queste strategie sono frutto, a mio modo di vedere, di una specie di “epistemologia sbagliata” che considera la comunicazione come la trasmissione di messaggi da un mittente a un destinatario.
Oggi emergono due temi, ovvero la comuncazione come processo inferenziale (sperber) e le comuntà di pratiche come comuntà di apprendimento (wenger). Questi temi legittimano finalmente piani di comunicazione (se vogliamo chimarli così) che tengano conto di questo livello.
Come? Questa si che è una buona domanda.
Io la mia idea ma la sono formata. Si chiamano narrazioni. ok, è un po’ vago, ma il discorso sarebbe veramente lungoo.

Sulla unione di online e off line sono d’accordissimo e ne ho testato personalmente i vantaggi: ovviamente in entrambe le direzioni (dall’online all’off line e viceversa)

Sui blog: ok, ma facciamo in modo intelligente, per non creare spazzatura o frustranti buchi nell’acqua.

un’ultma parola sul vertice: il vertice non è importante solo per la sponsorship: su quella siamo più o meno d’accordo. E’ importante che partecipi al gioco: se l’A.D. crea un blog questo fatto è MOLTO importante. Ok? Non facciamo finta di non saperlo (e vi assicuro che mi stupisco di scrivere una cosa del genere).

Ciao

Comment by giacomo Mason — 9 January 2007 @ 15:57

@Sukami: I blog aziendali quali? Sappiamo che esistono - ancora una volta - internal ed external e che a loro volta si suddividono ulteriormente in, almeno, tre sottocategorie; a quali corporate blog ti riferisci?
@Giacomo:Assolutamente d’acordo concetualmente con te.
Un abbraccio
Pier Luca Santoro

Comment by PedroelRey — 9 January 2007 @ 16:19

Sorry, ma mi ero dimenticato di Siderpanoz.
@ Siderpanoz: Quello che intendevo dire è che la comunicazione interna nel 99,9% delle aziende circola informalmente e in maniera incontrollata [non a caso ci hanno fatto una serie televisiva che circola in tutta europa - Camera Cafè - ]. Il problema non consite nel budget da allocare ma, a parità di condizione, nel governo della comunicazione e nel controllo dei risultati.
Un abbraccio.
Pier Luca Santoro

Comment by PedroelRey — 9 January 2007 @ 16:23

già mi sentivo un pò trascurato ;-)

ripeto che forse il segreto è riuscire a suddividere la struttura in piccoli gruppi di lavoro. concordo sull’informalità della comunicazione. per questo integrare on line e off line è importante.

ciao

Comment by spiderpanoz — 9 January 2007 @ 16:27

@PedroelRey

Non mi riferisco a nessuna categoria in particolare, la mia era una domanda per ottenere informazioni in merito e, quindi, grazie di avermele fornite.

Anzi, ti chiederei anche da fornire maggiori informazioni in merito alle sottocategorie di internal ed external blog di cui parli…è possibile ?

Grazie e ciao.

Comment by Sukàmi — 9 January 2007 @ 16:32

@sukami

sui blog interni l’esperienza più “eclatante” al mondo (e non è detto che sia la migliore) è quella di IBM

http://www.corporateblogging.info/2005/06/3600-blogs-glance-into-ibms-internal.asp

Qui altre risorse
http://www.corporateblogging.info/

ciao

Comment by giacomo Mason — 9 January 2007 @ 17:06

Complimenti, più di un blog post sembra un forum :-)

Rispondendo e citando Angelo…..
>sul 2.0: sinceramente mi fa un po’ ridere che si >consideri la comunicazione bottom up ADESSO, come se il >web 2.0 ci avesse illuminato tutti sulla via di
>Damasco.
>ecc…

Caro Angelo, come già rilevato a Roma durante il nostro incontro, permettimi di dire che tu sei bravissimo, preparatissimo, intelligente ed esperto, ma spesso (secondo la mia modestissima opinione) dai per scontate cose che vanno contestualizzate e perimetrate.

Io lavoro in un Ente pubblico, si quello pieno di fannulloni e di gente che fa le spese durante l’orario di lavoro e che fa il doppio lavoro e che spesso è corrotta. Lo riconosci questo luogo comune tutto italiano?
Lo sai che i parlamentari di destra e sinistra ci considerano solo un impiccio?
Come fai a fare reti sociali dal basso e sistemi collaborativi?

Con tanta, tanta umiltà. Con tanta resistenza a tutti gli stop che ti vengono imposti. Con tanta tanta sofferenza e quindi ogni piccolo successo diventa una cosa IMPORTANTE!

Prova a parlare di tag, di wiki, di rrs, e di altre (per noi) banalità in una segreteria politica o in una struttura amministrativa dove i regolamenti in essere chiudono tutto!

Tutto qui, quindi beato il button-up e tutti quei dipendenti pubblici che con il braccino corto si buttano (dirai SOLO ADESSO) nel mare magnum del web sociale e interattivo anche nelle Intranet.

Un cordialissimo in bocca al lupo, complimentoso, per questo post!

Comment by gigi cogo — 9 January 2007 @ 17:31

@spiderpanoz : assolutamente daccordo con te, l’integrazione online e offline è essenziale. non possiamo certo scordare certe consuetudini consolidate, oltre ai già citati limiti tecnologici di certe fasce d’età. il trucco sta nel utilizzare ogni strumento per i suoi punti di forza.

sugli investimenti è vero, non sempre devono essere consistenti (soprattutto se certe attività non sono poi supportate più di tanto dal top), quando parlavo di budget in effetti accennavo anche al costo.. umano, al tempo speso dalle persone. in certe aziende è già tanto riuscire a convincere i propri superiori che c’è bisogno di un certo numero di ore/giorni per far funzionare certe attività.

@pedroelrey: assolutamente daccordo con te quando parli di comunicazione interna informale e.. virale. le chiacchere davanti al cafè da te citate sono un esempio, ma si sa che la mail può avere una velocità di trasmissione spaventosa, soprattutto quando si tratta di notizie che NON dovrebbero circolare!

@giacomo: non sai quanto mi piacerebbe aprire una discussione sull’integrazione fra i “nuovi” modelli di comunicazione da te citati e le nuove tecnologie. purtroppo nelle aziende sono poche le professionalità che contemplino un background di questo tipo (nonostante il boom di laureati in scienze della comunicazione). escludendo il supporto di consulenti esterni, voglio sperare lo stesso che si arrivi (magari con tentativi?) a processi comunicativi che vedono emittente e destinatario come ruoli attivi, all’interno di un contesto dove il secondo sia pronto e motivato ad accogliere le info, grazie anche alla capacità del primo di far leva su fattori emotivi e di tener conto delle caratteristiche del suo interlocutore.
non nego che chi è addetto alla comunicazione interna debba essere una sorta di oratore col fine di persuadere/spingere all’azione (in quel senso intendevo un moderatore di forum) oltre che informare, e che per farlo debba tenere conto degli elementi di conoscenza condivisi (sia lavorativi che personali, anzi forse proprio questi ultimi contano di piu). Il tutto avendo ben chiari i ruoli dei vari interlocutori all’interno della comunità aziendale. spero che certi strumenti permettano uno scambio maggiore e più immediato di informazioni (le chiamo così per semplicità).
ma.. nn possiamo fare un trattato qui nel blog di MR!

quindi concludo ringraziando tutti per i tanti preziosi commenti, è davvero un argomento molto sentito. se ne dovrebbe parlare molto di più!

Comment by nelli — 9 January 2007 @ 17:54

ho letto solo ora il post di gigicogo, grazie per il tuo esempio.
ti assicuro che ci sono aziende private che sono nella stessa situazione..

Comment by nelli — 9 January 2007 @ 17:57

@Sukami: I riferimenti forniti da giacomo sono sicuramente un buon punto di partenza, anche se ormai non aggiornatissimio, sul tema.

Mi unisco al complimento di Gigi sul dibattito ed il confronto che il post ha saputo far nascere.

Un abbraccio a tutti.

Pier Luca Santoro

Comment by PedroelRey — 9 January 2007 @ 18:40

@nelli
la discussione suu qesta integrazione, magari la potremo aprire quando pubblicano il mio prossimo libro, che parla proprio delle conseguenze di questo rapporto tra comuncazione, reti, comunità e nuovi modelli epistemologici.
Magaari metto su un bel blog e ne parliamo…

;-))

@Gigi
nooooo, ma figurati se non sono sensibile al tema del bottom up e della lotta quotidiana. Ci ho scritto un libro sopra (nel 2003) e mi ci sono anche giocato la carriera (infatti me ne sono andato dalla mia azienda e tutti hanno respirato…

Capisco benissimo le tue/vostre lotte nella P.A. (nella quale in parte lavoro come consulente) e non posso che solidarizzare con la lotta quotidiana che portate avanti da parte vostra, figurati.

Anzi, in bocca al lupo!!!!
:-)))

Mi permettevo solo di dire che non possiamo affidare il delicato ruolo di una costruzione condivisa della conoscenza, della valorizzazione delle esperienze e delle idee e dell’innovazione come driver, e della comunicazione come comunione simbolica eccetera al fatto che oggi esistono delle tecnologie che nella grande rete funzionano più o meno.

Se no commettiamo lo stesso errore di determinismo tecnologico che ha guidato i primi (fallimantari) progetti di mega-portaloni intranet.

Cioè, come non accettavo all’epoca che si dicesse “comprati Vignette e la intranet va da sola”
così oggi non accetto che si dica “metti su il wiki e tutto va da solo”, perché NON è così.

ogni tecnologia, in genere, viene “risignificata” dalle singole comunità (tra l’altro le ultime ricerche sul campo lo confermano pienamente) e non esiste 2.0 che tenga.

(per una indagine un po’ più approfondita vi consiglio il libro della Pellegrino, molto utile e amnche più aggiornato dei miei logori link…
:-))

http://intranetmanagement.splinder.com/1158566296#9272344

Comment by giacomo Mason — 9 January 2007 @ 19:34

Bene, bene, bene……piccola rete sociale che nasce sull’onda di un bel post.

Colgo anch’io dalle parole di Angelo la necessità di non far evaporare tutta questa conoscenza diffusa che trasuda dalle nostre esperienze e rilancio: Un bel wiki tutti assieme dove affrontare questo argomento con 4 o 5 tag: conoscenza, collaborazione, comunicazine, intranet ecc?

Se ci mettiamo TUTTI un po del nostro prezioso tempo facciamo un bel lavoro che magari diventa una guida per gli operatori del settore!

Grazie ancora per il Vostro entusiamo. A volte mi sento molto solo in questo mestiere….e non c’è 2.0 che tenga.

Gigi

Comment by gigi cogo — 9 January 2007 @ 20:06

Beh, un bel caso, almeno io penso sia tale, di comunicazione interna l’ho visto in Arthur Andersen nel 1999. Già allora, a fronte di progetti interni importanti, si preparavano totem (sì, quelli tipo pubblicità) che elencavano a chi passava dal dipartimento o ufficio le caratteristiche salienti del progetto appena avviato ed altre cose simili.

Arthur Andersen dava precise indicazioni al management ed ai quadri. Ogni progetto interno doveva essere Comunicato a tutto il resto dell’azienda, quasi pubblicizzandolo, mostrandone gli effetti benefici. Di questi totem ce n’erano parecchi in giro negli uffici di Milano.

Beh, mi piaceva molto la cosa, che non si fermava a puro fatto esteriore, ma era un vero e proprio modo di concepire l’attività interna in modo aperto.

Peccato, invece, che in tante altre realtà ho visto esattamente l’inverso. Specifiche che dicevano come “non comunicare” quanto si sapeva, a chi “non comunicare” quanto non strettamente necessario, come non dare informazioni inutili e che potevano dare forme di controllo non previsto, ecc. ecc.

In Italia siamo ancora nella situazione per cui “se una cosa non ti serve, che te la dico a fare?” - “Se ti dico una cosa che ti dà una qualche possibilità di controllo, sto perdendo io qualcosa”.

Il web 2, il 3, il 4 e così via esistono per i puristi, purtroppo. Ancora peggio è che quelle aziende sono tutte lì, prosperano, non mi pare che abbiano alcuna voglia di aprirsi e la prima cosa che consegnano ad un nuovo assunto è un documento chiamato “Welcome on board” che dice subito tutto ciò che non va detto!

Comment by fradefra — 10 January 2007 @ 01:25

Tutta questa bella discussione è viziata da una concezione della comunicazione come trasmissione e tutt’al più scambio di parole. La comunicazione in azienda e tra azienda e mercato e società è fatta di comportamenti, che hanno signifcato per gli interagenti. Tutto quello di cui avete discusso ne è solo una parte e non la maggiore. GMS

Comment by GMS — 13 January 2007 @ 09:45

Sono d’accordo, parzialmente, con GMS.
Il comportamento è fondamentale. Infatti ho fatto l’esempio Andersen proprio per questo. Fare un totem per comunicare un progetto, significa proprio comportarti in modo coerente con un obiettivo. Significa far vedere coi fatti che ad una certa cosa ci si crede anche sino al punto da fare un totem (che non costa mai due soldi). Si mette in trasparenza davanti al mondo l’obiettivo e la data di conclusione prevista (il che significa comunicare sicurezza e decisione), anche esponendosi ai rischi delle critiche, se poi non si rispetterà.
In quell’azione, quindi, non sono le parole a far comunicazione, ma l’atteggiamento complessivo.

Comment by fradefra — 13 January 2007 @ 10:03

Non ho capito che c’entra il totem della Andersen con i limiti della comunicazione verbale. Rispondere, please. Luisa

Comment by luisa — 13 January 2007 @ 14:44

@luisa

Vorrei azzardare un’interpretazione del discorso “totem”: la comunicazione interna, volendo essere n po’ grossolani, è fatta di informazioni, simboli e comportanmenti, che si intersacano tra di loro.

Ad esempio: se il mega-dirigente appare un giorno nel call center e si mette di punto in bianco a chiachierare con tutti, si mete la cuffia dell’operatore in testa, sta a parlare dei problemi, ringrazia le persone e poi se ne va, probabilmente il fatto comunicativo, nel reparto, non è quello che ha detto in ques’occasione, ma che sia stato lì in quel momento. Con il suo comportamento ha veicolato una comunicazione simbolica (la quale si tradurrà, probabilmente, in una serie di “narrazsioni da corridoio”, le quali sono, per la cronaca, il modo nel quale la “cultura organizzativa” circola in un’organizzazione)

Anche il totem, in un crto senso, non è importante per quello che trovo dentro, ma per il fatto che ci sia. Questo livello di comunciazione, ovvero il livello simbolico veicolato dai comportamento (ma anche dagli artefatti) è quello sul quale si innestano i possibili cambimenti nelle culturre locali (cambiamenti che avvengono dal basso, epidemilogicamente, attraverso le “buone narraasioni che promuovono)

Esite, insomma un ruolo “fàtico” (jakobson) della comunicazione, nel quale ciò che conta non è il messaggio ma il fatto “che ci sia comunicazione” (come quando diciamo “pronto” al telefono).

In linguistica questa distinzione è analoga a quella tra la “langue” e la “parole” (approfondita in questa direzione da Bienveniste, se non erro)

ciao

Comment by giacomo Mason — 13 January 2007 @ 15:27

Saussure, piccolo refuso :-) Il padre della linguistica è Saussure e d è lui che ha approfondito il concetto di langue e parole fino ad introdurre il paradigma e…….bhe, mi fermo qui :-)
Con simpatia :-)

Comment by gigi cogo — 13 January 2007 @ 17:42

Gigi, ovviamente il padre della linguistica è Saussure.
:-)

Ma, come dicevo, Bienveniste (allievo di Saussure) ha approfondito (credo nei “Problemi di lunguistica generale”) il rapporto tra langue e parole in relazione alla distinzione tra il “che cosa” della comunicazione e il “che ci sia” della comunicazione…

ciao

Comment by giacomo Mason — 13 January 2007 @ 18:23

@Luisa
Non ho capito io, cosa significa “Rispondere, please”

Hai letto tutti i commenti? Più in alto c’è un mio commento in cui parlo dei totem visti qualche tempo fa. Totem che estendono la comunicazione verbale superandone alcuni limiti. Ha perfettamente interpretato il mio pensiero Giacomo. Mi scuso se non sono stato chiaro io.

Comment by fradefra — 13 January 2007 @ 19:33

Cari Giacomo & C.,
poche idee ma confuse? a Milano si dice:”Ofelè fa il to’ mestè”. Ciao, Marina

Comment by marina di butera — 13 January 2007 @ 19:57

ecco.
Ho vissuto per 28 anni a Milano, e oggi cerco di evitare il più possibile di tornarci.

Mi sa che faccio bene: Potrei passare per dilettante.

Io non parlo il dialetto.

:-)

Comment by giacomo Mason — 13 January 2007 @ 21:06

Che bello, sarà che risentire, dopo anni, termini come langue” e “parole” mi riporta agli studi, e ai libri, di Berruto. Mi sa che la comunicazione avrebbe bisogno di rituffarsi la dove è nata. La linguistica e la sua articolazione semantica che poi, distorta a uso e consumo di qualcuno, è diventata “cattiva comunicazione”.

Ma che fine ha fatto l’idea del mega-wiki con tutte queste belle teste?

Comment by gigi cogo — 13 January 2007 @ 21:28

> risentire, dopo anni, termini come langue” e “parole” mi riporta agli studi, e ai libri, di Berruto

eh, mica si scherza qui eh…

:-D

Comment by giacomo Mason — 13 January 2007 @ 21:41

@Marina –>”Poche idee, ma confuse”
Chi le avrebbe confuse? Perché? Fai un esempio per uno che forse è confuso?

Comment by fradefra — 13 January 2007 @ 22:42

Considerando i contenuti e i modi degli interventi c’è da dubitare che molti conoscano da vicino i processi aziendali, il valore dei piani e gli scopi della comunicazione “interna”. Questa serve ad alimentare le comunità di pratiche. Non è nè i media, nè la vetrina dei capi. E’ costruita insieme da tutti i lavoratori di ogni rango e livello e compete con quella proveniente da altre fonti (sindacati, clienti, fornitori, ecc.) e presente nel contesto dell’ impresa. Ciao, Luisa

Comment by luisa — 14 January 2007 @ 11:15

Qualcuno risponda a questa Luisa, se no lo faccio io…
:-D

Comment by giacomo Mason — 14 January 2007 @ 21:42

è difficile rispondere ai vari commenti visto che stiamo procedendo su più linee. da una parte un inizio di discussione teorica sui nuovi modelli della comunicazione (che anche a me ricordano letture e studi di tanti anni fa). come già detto prima a giacomo, mi piacerebbe proseguire questi discorsi, anche se mi rendo conto che taglieremmo fuori chi non è interessato agli aspetti più linguistici, semiotici, comportamentali .. della comunicazione.
dall’altra leggo di esperienze concrete molto diverse fra loro, come è logico che sia. l’ottimo caso riportato da Fradefra sui totem, fa pari con realtà dove la comunicazione è solo trasmissione di direttive dall’alto (purtroppo luisa ci sono ancora molte aziende dove i lavoratori di vario rango e livello non intervengono minimamente nei processi comunicativi interni, se non in un ruolo assolutamente passivo).
mi piacerebbe leggere qualche commento che riportasse esperienze ed esempi, anche negativi, piuttosto che frasi un po’ oscure e fini a sè stesse, che niente aggiungono all’argomento.
pero’ è anche vero che non siamo su un forum e io qui sono un’ospite del buon jacopo.
sono già molto soddisfatta della quantità di interventi. indica che il tema è molto sentito!

Comment by nelli — 15 January 2007 @ 10:51

Ho trovato l’articolo molto interessante ma avrei una domanda da farti
Esistono delle metriche che valutino l’efficacia della comunicazione interna? Se si potresti indicarmene qualcuna?
Grazie mille per l’aiuto.

Comment by Dele — 5 February 2007 @ 14:07

Leave a comment

About Marketing Routes:

Blog multi-autore che ha come focus il mondo del marketing, dell'advertising e della comunicazione online ed offline. Non solo un bookmark da controllare giornalmente ma un dispensatore di notizie, consigli, strategie per tutti coloro che operano in questi settori. Nato con la convinzione che di blog riguardanti il marketing, la comunicazione e la pubblicità ce ne siano molti, ma quelli veramente di qualità sono pochi, Marketing Routes vuole apportare agli utenti della rete i modi di vedere, le esperienze e le considerazioni di diversi giovani professionisti del settore così da aprire un dibattito con gli utenti senza mai prendersi troppo sul serio.

Creative Commons License

Design © 2006 by Consulenzaweb.com | Powered by WordPress