8 December 2006
E’ morto il Banner, Viva la Page View
Nel 2000 scrissi un articolo intitolato: “è morto il banner, viva il banner!”. Già a suo tempo (e un anno-web vale almeno 7 anni non-web, circa come per i cani) lo scrissi perchè pur lavorando in un ambizioso motore di riXXX (CRUX DESPERATIONIS) che cercava di fare la guerra (o di passare) a grandi motori che oggi stanno sulla tastiera di tutti, attraverso il PP (partito per il click), capivo benissimo – come capisco ancora oggi dopo anni di lavoro usurante non riconosciuto bertinottianamente – che i banner non sarebbero mai morti, o comunque non lo erano già. Dire che qualcosa morirà è semplice. Posso preconizzare che il Vaticano sparirà e che Google sarà solo un ricordo lontano fra 300 anni (stiamo larghi di manica come il fisco del Delaware…).
Ora – grazie al volenteroso Andrea Signori – vengo a sapere che Steve Rubel ha previsto la morte della page view entro il 2010. Sulla lapide utilizzata nel suo post non appaiono ancora dei crisantemi, ma nemmeno dei sassi (come dalla tradizione ebraica che gli appartiene), questo significa quindi che ci sarà ancora da aspettare un bel po’, a mio modesto e “gentil” parere.
In sostanza, Rubel dice una cosa sacrosanta (si licet) e ovverosia che il web di “fra x anni” non sarà più come il web odierno o come il web di “x anni fa” e dice anche che sarà proprio il meccanismo delle PV (pagine viste o page view che dir si vogliano) a lasciare il posto a un non ben definito meccanismo di “valutazione” (e quindi di monetizzazione) dei siti, in una analisi prospettica a dir poco barcollante (sotto la croce della necessità di dire cose intelligenti e innovative…): ovvero: già adesso ci sarebbero delle forze oscure (non i savi di Sion si intenda) che cercano di bloccare il progresso della pubblicità su internet (il web advertising…), di quella pubblicità basata arcaicamente (l’antico testamento del web marketing) sulle pagine viste. Nuovi sistemi (quali? Gtalk in what sense?) procureranno gioie immense agli “inserzionisti” e la purga del browsing dei poveri utenti che ora sembrano passare da una pagina vista all’altra, sottolineando il fatto che le pagine vengano solo passate e non viste (anche se molto più degli spot in cui tutta la famigia si riunisce in bagno, in cucina o intorno a un nuovo canale) ma questo significa non aver compreso due cose:
- che la pubblicità, per essere tale, deve essere accessoria e per essere accessoria deve essere modulata su un percordo di navigazione che non si “nega” nemmeno allo zapping degli anni 80 (vi ricordate la gioia dei primi telecomandi?).
- Che la pubblicità deve essere la meno consapevole possibile; l’interazione, il web 2.0 applicato anche alla tv (la tivù interattiva di cui un altro “compaesano” di Rubel parla spesso anche in Italia) è un sistema destinato a lasciare spazio (se fosse mai stato tolto) al più naturale sistema che ha fatto ricchi tanti editori, tanti clienti e che ha fatto fallire tanti clienti, mentre i loro direttori marketing passavano da una società (prefallimentare) all’altra per “sperimentare” il bello della diretta.
In breve (perchè non tutti siamo intelligenti come un Rubel) potrei riassumere così: se la PV in senso stretto (come quantificazione dell’audience) muterà, lo farà non in forza di una navigazione statica (all inclusive di Gtalk), ma di un nuovo modo di valutare la qualità della quantità del traffico, così come ancora oggi si valutano le qualità delle quantità di persone che scendono in piazza per manifestare.
Come dovrebbe sapere bene Rubel, sono i numeri (e i soldi) che contano.


























magari il meccanismo di "valutazione" esiste già: il social bookmarking potrebbe essere un degno erede del pageview.
Comment by Bill — 9 December 2006 @ 03:00