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30 November 2006

Perché a 40 anni mi sono avvicinato alla ricerca?

Questo è il mio primo post su Marketing Routes, quindi vorrei iniziare in modo soft, tanto per capire un po’ come butta, osservare e decidere solo tra un po’ cosa vi interessa e quali sono le cose che preferite leggere.

Inizio, perciò, col raccontarvi come mai mi trovo qui, a scrivere principalmente per la categoria Ricerche di questo blog.

Nella mia vita ho attraversato tre grandi fasi, nell’ultima delle quali ancora mi trovo. La cosa strana è che queste fasi non sono nell’ordine usuale e proprio questo spiega perché io ora vi stia scrivendo.

Da giovane studiavo. Molto. Arrivavano miei superiori con manuali di una mezza tonnellata, scritti per lo più in inglese (che non conoscevo) ed io dovevo arrangiarmi, spesso su temi di cui in Europa nessuno sapeva nulla.

Seguì una fase in cui, convinto di sapere molto, iniziai a capitalizzare. Tutto quello che avevo imparato nei dieci anni professionali precedenti, cominciava a rendere…

… però, mano a mano che andavo avanti, sempre più mi convincevo che sapevo molto sotto l’aspetto tecnico, ma non sapevo nulla delle mie controparti. Sapevo come si vestivano, cosa bevevano, come mangiavano, dove andavano, come si pettinavano, ma ignoravo totalmente perché. Mi rendevo conto che le motivazioni del loro vivere in un dato modo, mi erano estranee e incomprensibili.

Così ho iniziato un percorso in senso inverso. Dal sapere, al non sapere. Dall’avere l’idea che uno debba fare questo o quello, al mettersi nella condizione mentale di non avere alcun preconcetto e stare ad osservare.
La mia passione per la ricerca è iniziata in questo modo.

Oggi, sono in questa fase. Delle mie controparti, ed in particolare dei navigatori, non so nulla, sino a prova contraria.
“Io credo che…” è una frase che sto tentando di togliere dalle mie espressioni usuali.
A differenza di tanti, che forse hanno fatto ricerca da giovani per avere conoscenza da vecchi, io ho creduto di avere conoscenza da giovane, per arrivare a voler far ricerca da vecchio.

Ripenso alle tante cose che credo di sapere sui navigatori, su chi compra on-line, su chi cerca sui motori, su chi risponde a questionari e mi chiedo: su quanto di ciò, ho un riferimento certo? Una statistica di cui vedo la firma originale (e non la copia della copia della copia)? La risposta data direttamente dall’interessato? La citazione presa direttamente dalla fonte? Il risultato di un esperimento condotto da me o da una persona che conosco direttamente?

In questi anni molte cose sono cambiate. Domande fatte cinque anni fa e ripetute oggi, a volte hanno una risposta diversa perché il contesto s’è trasformato. La maggior parte delle volte, però, la risposta è diversa semplicemente perché allora non avevo studiato o verificato prima di rispondere. Oggi cerco le risposte nei fatti che posso osservare direttamente e, Dio, quante volte sono diverse da ciò che penso!

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Ricercare fa parte di noi. Troppo spesso adesso vedo nei ragazzi (e anche tra i miei studenti) il desiderio inverso: non andare a fondo nelle cose. Qualcuno gli sta insegnando che andare veloci è meglio, a danno dell’analisi. Non voglio che creiamo i nuovi “americani”, specialisti eccellenti, ma dalla cultura generale nulla. Non dimentichiamoci delle nostre profonde basi culturali europee. Non dimentichiamoci della nostra storia. In più di 2000 anni, dai Romani a Roma capitale d’Italia, abbiamo creato e visto nascere persone di spessore che ricercando hanno ottenuto grandi successi e diffuso l’arte e la scienza italiana nel mondo.

Basta seguire il nostro istinto di ricercatori e, come di Fradefra, cercare significati, spiegazioni dietro l’osservazione dei fenomeni. Pensiamo che c’è sempre qualcosa di nuovo da analizzare. Un comportamento sociale, ad esempio. Pensa a come si è evoluto in tanti anni il comportamento sulla rete, ormai una “commodities”, quasi come la televisione. Ma c’è ancora molto da capire, specie per uno strumento, come la rete, che ormai ha cambiato il mondo e che continuerà a farlo. Fenomeni in movimento perenne che non aspettano altro di essere capiti, e, una volta fatto questo, fornire nuove proposte, nuovi servizi, nuove idee.

Comment by bobrock — 1 December 2006 @ 09:49

L’uomo intelligente è l’uomo curioso no?

Comment by federico — 1 December 2006 @ 09:50

Carissimo, il concetto di intelligenza è ormai, per me sconosciuto. 30 anni fa bastava il QI alto, poi ci siamo accorti che i secchioni avevano qualche problema di relazione. Poi s’è parlato di “intelligenza emotiva”, la capacità di vivere le proprie emozioni in modo compatibile con l’ambiente sociale. A volte sembra intelligente quello che fa un mucchio di soldi, ma spesso è solo molto avido e spietato.

Direi che l’uomo curioso è un uomo vero! Un uomo che riesce a tirar fuori un aspetto che fa parte di noi: ricercare significati, ricercare il perchè. Chi non lo fa, vive in superficie. Contento lui…

Un salutone Bob

Comment by bobrock — 1 December 2006 @ 10:17

Credo che il motivo dipenda dal fatto che non andare a fondo nelle cose, vivere nel limbo dell’ignoranza (non sto parlando con superiorità, anche la mia ignoranza è enorme, ma almeno cerco di scrollarmene di dosso un po’) è più semplice. Chi non sa è più felice, perchè non viene messo di fronte alle tantissime cose che non sa…
Io spesso mi cruccio, quando vedo cose nuove, quando vedo cosa sono in grado di fare certe persone, perchè dico: “E io? Non arriverà mai a tanto…”.

Comment by federico — 1 December 2006 @ 11:30

:-)

Comment by bobrock — 1 December 2006 @ 11:34

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