14 November 2006
WEB 2.0, Web 3.0 o Web e basta?
Stamattina dopo una lettura di un mini post sul blog di Businessweek ho cominciato a riflettere, da net citizen, sul Web 2.0. Forse vi chiederete di cosa tratta il post in questione: in sostanza cita uno studio secondo il quale il 79% dei marketer non ha la più pallida idea di cosa sia il web 2.0 (mentre c’è già chi parla di Web 3.0). Il che spinge, forse naturalmente, ad interrogarsi sul web panorama, che vede coinvolti da una parte i markettari, dall’altra il popolo di internet.
Ma prima una breve digressione sul web 2.0: tendo a sfuggire le etichette prive di definizioni, che si propagano alla velocità della luce e che calano sulle nostre teste, alla stregua di un deus ex machina. Tendo a sfuggire quanti si ritengano i precursori di chissà quale visione o cambiamento. Il che di frequente accade su internet. Il web 2.0 ne è un lampante esempio. In sostanza non amo molto quel termine perché sa troppo di rottura, di interruzione, di rivoluzione ad opera di pochi per il vantaggio di tutti (vedremo più avanti che le cose stanno esattamente all’opposto), mentre la mia idea di internet (magari sbaglio) è un continuo fluire di processi, informazioni, interazioni, strutture, etc…in divenire. Non c’è frattura con ciò che è stato. Non serve nemmeno ‘nascondersi’ dietro un’etichetta per avere idea di cosa sta accadendo online.
Onestamente non mi spiego nemmeno perché sia così popular come etichetta (oltre mezzo miliardo di siti utilizzano il termine Web 2.0), dal momento che il gruppo editoriale O’Reilly che l’ha coniata, non è nemmeno stato in grado di darne una definizione:
“Like many important concepts, Web 2.0 doesn’t have a hard boundary, but rather, a gravitational core”
E stando a quanto sopra quotato, è inevitabile che se non si mettono dei paletti ad un concetto, questo finirà per essere una buzzword. Leggendo quella frase poi mi sono tornate in mente le interrogazioni che si facevano a scuola, dove i professori sostenevano e trasmettevano, agli impreparati di turno, una verità tanto semplice quanto corretta: se non sai definire un concetto, quel concetto allora non lo conosci. Suona quasi paradossale. Non mi piace il termine anche per la smania di possesso che se ne è fatta da parte di O’Reilly (ahimè ora è un marchio registrato), non mi piace infine perché un termine che non porta con sè una definizione è assai ‘sospetto’. Ma beninteso, non ho nulla contro alcuni suoi ‘principi ispiratori’.
Tornando al dato sui marketer e alla seguente divisione tra markettari ed internauti: non deve stupire che gli addetti ai lavori non sappiano cosa significhi web 2.0. Il motivo è che stiamo parlando di un moto che parte dal basso, dagli utenti, di un cambiamento non preconfezionato dalle alte sfere che decidono strategicamente un cambiamento per le masse o il lancio di un nuovo prodotto sul mercato.
Forse sarebbe il caso di continuare a chiamarlo, più ‘modestamente’, web, accettando e comprendendo i processi in divenire che da sempre lo caratterizzano, di cui spesso è difficile collocare la nascita o la conclusione, forse perché semplicemente evolvono.


























Basta pensare a chi ha fatto una scomunica: Berners-Lee: Web 2.0? Non esageriamo (http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1628632&r=PI)
E dice:
Il Web 1.0 voleva consentire alle persone di comunicare. Uno spazio interattivo. Credo che il Web 2.0 sia piuttosto una forma di slang, nessuno sa cosa significhi. Se il Web 2.0 per voi sono i blog e i wiki, allora sono persone che si connettono ad altre persone. Ed è questo che il Web fin dall’inizio era pensato per essere
Oramai è associato ad una serie di cose, impossibile fermare l’onda.
Comment by Giorgio Taverniti — 14 November 2006 @ 13:17