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23 September 2006

Grandi brand diventano piccoli (ma per gioco)

Forse parlare di etica appare stucchevole e inappropriato, ma a volte sarebbe proprio opportuno farlo.
C’è una notizia che gira incontrollata (o almeno io non sono a conoscenza della sua certezza e se qualcuno può schiarirmi mi farebbe cosa gradita) che dice che alcune case di abbigliamento, attraverso un complesso gioco di “consulenze”, individuerebbero nelle classi delle scuole elementari i piccoli leader, per poi vestirli griffati di tutto punto allo scopo di abbinare la loro naturale vis di “successo” ai capi che indossano. Ripeto, non saprei individuare la fonte certa, ma devo dire, seguendo il cuore, che la sua veridicità mi appare del tutto plausibile.

Leggo poi che il celebre Monopoli esce con un’edizione limitata (“The here & now limited edition”) nella quale i romantici segnalini di un tempo sono stati sostituiti da oggetti come le patatine di McDonald’s, la tazza Starbuck, le snicker New Balance. Allo scopo di “adattare il gioco alla cultura pop americana”, dichiara la Hambro.
Non certo per cross branding, no. Per cultura. Sarebbe curioso sentire quale scopo social-culturale celano le case di abbigliamento.

In ogni caso il meccanismo è perfetto: mettere nelle mani dei bambini i brand di successo, rendendoglieli familiari, usuali, irrinunciabili al pari di beni di prima necessità, significa creare nelle famiglie dei fronti compatti (e non smantellabili, pena la crisi del nucleo) rivolti all’acquisto. Una frontiera davvero ardita quella del baby target, un gioco davvero duro.
Che in ogni caso si tramuta in denaro circolante, specie se si pensa che se il livello economico familiare non è sufficiente per l’acquisto dell’originale, la negoziazione interna si chiude verso l’acquisto del più accessibile clone.

Mi sento un po’ imbarazzato a parlare di etica, devo dire la verità. In fin dei conti la guerra della vendita si combatte senza regole, lo sappiamo tutti. Ma mi corre un dubbio, forse troppo filosofico, ma forse anche no. Se la capacità discrezionale di un bambino viene confusa da un appiattimento dei valori dettato dalla promozione, domani, quando quel bambino sarà diventato adulto, sulla base di cosa effettuerà le sue scelte di acquisto? Siamo sicuri che l’elemento della qualità dell’offerta (oggi cavallo di battaglia di molte industri di casa nostra) sarà vincente sulle lunghe distanze?
Spero di si. Lo spero di cuore.

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