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13 September 2006

Lele Panzeri, ci saremo anche noi una volta?

Quest’estate ho finalmente trovato il tempo di leggere con calma il libro di Lele Panzeri, “C’ero una volta”.
Lele Panzeri, mi corre l’obbligo ed il piacere di ricordarlo, è stato presidente dell’ADCI, ha una trentennale esperienza nella comunicazione avendo aperto diverse prestigiose agenzie, ed è attualmente socio fondatore assieme a Emanuele Pirella di un’agenzia che lavora con giovani esordienti.

Il libro è un romanzo autobiografico davvero gustoso, che guida il lettore attraverso un percorso di esperienze emotive e professionali estremamente coinvolgenti.
Inutile dire che il filo conduttore è il mondo dei creativi, delle agenzie e dei clienti. Uno spaccato davvero fertile, dal quale emerge come le cose siano cambiate profondamente.
Con questo non intendo dire banalmente che all’epoca fossero semplici, anzi. Erano semplicemente diverse, forse più lineari sotto alcuni aspetti, sicuramente più dure sotto altri.

In ogni caso, oggi come allora, l’imperativo creativo risulta il cardine di ogni esperienza, costituendo la malvagia Maginot che indica che la campagna “o c’è o non c’è”, senza valori intermedi tra zero e uno. Ciò che mi ha particolarmente colpito è l’ultimo capitolo, intitolato “Ma che lavoro è mai questo?”, nel quale con stile asciutto, ai limiti (spesso raggiunti) del cinismo, e frasi brevi, Panzeri incide delle considerazioni sul mestiere del creativo, fornendo nel contempo una sorta di vademecum su cui i giovani esordienti dovrebbero riflettere.

Io non sono giovane, ma mi considero esordiente oramai da vent’anni (forse dovrei riflettere?), per cui ho letto con attenzione quel distillato di esperienza, cogliendone le sfumature dissuasive e condividendone, in linea di massima, lo spirito e la sostanza. Perché mi permetto di dire ‘in linea di massima’?
Perché ho la convinzione che oggi, fermi restando i cardini fondamentali dell’essere creativi, il teatro delle operazioni nella comunicazione stia lentamente cambiando, rendendo difficile la formulazione di paradigmi ‘one size fits all’.

Le regole di Panzeri, così vere e così dure, trovano le loro radici nella comunicazione in cui ‘online’ significa tutto tranne che web.
Il futuro dei giovani esordienti creativi è abbozzato a matita guardando, come orizzonte, le realtà di agenzia che definirei tradizionali, fatte di grandi budget e grandi brand.

E tutto il resto? Non c’è forse un resto? Non c’è un media complicato e crudele che vede un interesse crescente da parte di clienti nuovi sia per pensiero che per struttura?
Non c’è un media complicato e crudele che impone regole complicate che spesso azzoppano la creatività e modificano gli stili, ponendo nella condizione continua di essere misurati in termini di raggiungimento del target e indici di conversione?
Non è degno di nota, di considerazioni accessorie, di benevole benedizioni o malevoli anatemi?
Io credo di si, per quanto nullo in termini di proporzione sia il mio pensiero.

Io credo che anche questo mondo faccia parte, a buon titolo, della comunicazione.
E chiedo a gran voce che Panzeri ci dissuada. O ci insulti. Magari ci incoraggi, se possibile.
Ma cortesemente, non ci ignori.

“Siete disposti a provarci sempre, incessantemente, nel lavoro e nella vita?
Allora forse avrete qualche microscopica possibilità.” - Lele Panzeri

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Carissimo,
prima di tutto grazie per aver letto il mio libro e per averlo in sostanza recensito in questo spazio (segnalatomi da un probabile comune conoscente).
Le sue considerazioni sul web e sui creativi del web sono interessantissime e probabilmente anche esatte.
Ho sorvolato, nel mio libro, l’argomento web semplicemente perché nella mia vita è arrivato tardi e io l’ho affrontato più da utente che da creativo/operatore.
Il web mi attira e mi affascina, ma è un oceano che non sono sicuro di saper attraversare.
Nonostante ciò, mi auguro che qualcuno ci riesca.
Per il momento, ho l’impressione che Cristoforo Colombo stia ancora cercando le navi.
Forse è una sensazione sbagliata e i vichinghi hanno già fatto tutto.
Il problema grosso è che da sempre, nella storia dell’uomo, le cose importanti (non le migliori, le importanti) sono state quelle che hanno trovato il modo di raggiungere le grandi masse.
Quelle che si incollano al televisore per assistere all’Isola dei Famosi o al campionato del mondo di calcio.
Il campionato del mondo di boccette, per ora, purtroppo non ha peso.
Ma i creativi sono tutti uguali, secondo me, qualunque cosa facciano.
Il più grande creativo che ho conosciuto in vita mia, tanti anni fa, era un commercialista.
Grazie ancora e a presto.
Lele Panzeri

Comment by lele panzeri — 18 September 2006 @ 09:53

Signor Panzeri, innanzitutto grazie per la cortesia nell’avermi risposto. Secondariamente, in seguito a una sua considerazione conclusiva mi vedo costretto a dare, a malincuore, ragione alla zia Egle, che mi diceva sempre di fare economia e commercio e io non l’ho mai ascoltata. In ogni caso ha ragione lei, il campionato del mondo di boccette non ha storia rispetto ai mondiali di calcio. No way.

Quantomeno sino a che si disputeranno in sedi separate e in tempi differenti. Abbandonando per un attimo i paragoni sferoidali, mi piacerebbe fare una considerazione in termini generali attorno al concetto comune di comunicazione new media. Che non è strettamente riducibile al solo concetto di “pubblicità su un sito Internet”.

Le caravelle del web forse non sono ancora salpate, né mai da sole salperanno, questo è probabile. Da sole no. Però sono convinto che questa sia un’era di transizione in cui qualcuno inizia a credere seriamente nella possibilità di sviluppare campagne di comunicazione integrata tra media tradizionali e media nuovi.

Ne è forse un esempio McCann per Opel in Spagna, nella cui campagna il messaggio è stato declinato su media differenti. Ma è solo, ovviamente, la mia opinione. Opinione di uno che, quasi specularmente rispetto a lei, non ha nessuna esperienza di grande agenzia. (Ma poi, a parte Usuelli di McCann, in quanti credono a questa cosa dell’integrazione? Mah.)

Grazie della pazienza e a presto.

Comment by Paolo Guaraldi — 23 September 2006 @ 12:31

Sono a metà del libro e stò pensando di cambiare mestiere.
L’accoun deve avere denti aguzzi e gastropelo sempre?

Comment by Maurizio Gazzoni — 13 October 2006 @ 11:37

Lele panzeri difende semplicemente le sue competenze e il suo mercato. a una certa eta’ e’ difficile anche accorgersi che leboccette sono diventate piu’ grandi dei palloni. Purtroppo gli ‘esperti’ arrivano di solito cn ritardo rispetto ai noefiti :). O per fortuna.

Comment by federico — 14 October 2006 @ 19:37

Hi Panzeri
ho visto la brochure del primo convegno nazionale dei free lance; quello di Milano e leggendovi sopra “Liberi e professionisti” di Pasquale Diaferia ho ripensato a ciò che ho scritto per il mio Amico Pedrini 3 anni prima.

http://www.bew.it/ (sez. works)

ciao

Comment by MAURIZIO GAZZONI — 27 December 2007 @ 12:26

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