29 August 2006
Pay per action: gli editori come i casinò
Torniamo sul tema pay per action. Sul blog di Mauro da un semplice post sul search marketing si è passati a un confronto ‘molto acceso’ da 18 commenti (mi piacciono molto le considerazioni di tal Max). Si dibatte come spesso accade, sull’efficacia e convenienza del pay per action (PPA).
Non è la prima volta che tocchiamo l’argomento Pago-Solo-Se-Mi-Va-Bene, anzi più volte Federico ed io abbiamo affrontato vantaggi (nessuno lato publisher) e svantaggi (molti) di un tale sistema a performance, o per dirla all’italiana, ‘a successo’. Venendo al perché di questo titolo sul pay per action, gli editori sono come i casinò nel senso che entrambi, de facto, guadagnano sulle perdite; questo basta a farvi capire come il sistema sia difettato, posto che peraltro non esiste online un solo sistema di pay per performance puro (nemmeno i vari TD, CJ o Zanox).
Per chi volesse approfondire, di seguito vi segnalo alcuni post che abbiamo pubblicato sul PPA e che approfondiscono molti aspetti delle dinamiche legate al Cost Per Action (CPA):
Se infine volete dire la vostra, riportando magari un’esperienza diretta, sia come merchant, sia come publisher, siete i benvenuti.


























Io riporto volentieri il punto di vista del merchant, su cui non mi sono dilungato nel blog di Lupi, anche perche’ bisognava entrare in technicality un po’ fuori tema: per esempio, DART e gli i.p. unici citati da Max, a mio parere in maniera fuorviante in entrambi i casi, e se vorra’ gli spieghero’ perche’, se accetta di qualificarsi.
Visto che purtroppo i numeri governano:
- l’80% della mia produzione commerciale sul Web e’ generato da 7 player
- il restante 20% e’ generato da oltre 40 partner. Media: 0,5% a testa
Cosa significa? Semplicemente che non c’e’ il tempo per occuparsi di editori che, pur graditi, sono necessariamente meno prioritari rispetto agli altri.
L’unico modo per far giungere fatturato a costoro e’ il pay-per-performance. Laddove venga accettato il PPC su un singolo, piccolo editore , il tasso di frode e’ del 90%. Quindi, grande dispendio di tempo per piccoli ritorni.
Ecco perche’ chi alloca budget consistenti sull’online non puo’ permettersi di elevare il rischio: una campagna a CPC o CPM necessita di presidio costante e controlli. Moltiplicarli su centinaia di siti e’ semplicemente impossibile. A questo si aggiunge un’ulteriore criticita’: volendo per forza ragionare da pubblicitario (–> brand response…), devo “pianificare” determinate soglie di copertura per avere misurazioni e visibilita’ decenti. Un editore da 100.000 u.u. al mese, dal punto di vista dell’impatto sul brand, non serve a nulla, se utilizzo strumenti “tabellari” tradizionali. Se utilizzo strumenti diversi, non staro’ facendo pubblicita’ tabellare, quindi non ha senso parlare secondo i canoni che cerchiamo di mutuare dall’above the line.
Non c’e’ quindi alcun teorema a favore di questa o quella formula. Semplicemente ci sono vincoli di business e di obiettivi, in un paesaggio (il mercato dei media) che comunque puo’ cambiare, e in cui non c’e’ un solo attore per volta.
Comment by Paolo — 29 August 2006 @ 13:55