30 July 2006
La comunicazione, facile mestiere per tutti
Premetto di essere molto stanco e di attendere con morbosità famelica qualche giorno di vacanza.
Spero che la premessa, unita alla vostra umana comprensione, mitighino le parole che seguiranno.
Leggevo qualche giorno fa un post di Andrea (ebbene si, vivo di sponda da qualche tempo) in cui vi erano contenute interessanti riflessioni sul mestiere del marketer.
In particolare mi è rimasta impressa una frase (“Tutto è marketing”) che ha scatenato la mia capacità riassuntiva in merito ad alcuni episodi degli ultimi mesi.
Ricordo al riguardo una cena in cui, dopo aver dichiarato cosa facevo di mestiere, una simpatica signora esordì dicendo “Che bello! Io faccio la creativa se vuoi! Ho tante di quelle idee!!” ed ancora, un tantino più lontano nel tempo, un tizio che mi commissionò lo studio di un folder relativo ad un software che, davanti all’organizzazione dei contenuti che avevo proposto, scosse la testa e disse che non poteva funzionare e che, in luogo a quanto proposto, avrebbe avuto un successo garantito esordire con un claim del tipo “Ultima ora!!! E’ arrivato!!!! Finalmente disponibile il software xyz”.
Inutile dirvi che il mio psichiatra ha dovuto lavorare sodo per sollevarmi dalla depressione.
Siamo tutti marketer ha ragione Andrea, ma siamo anche tutti creativi, web designer, scrittori, copywriter, analisti software e qualsiasi altra cosa.
Ed il perché è semplice e trova le sue radici nella considerazione “They are advertising consumers too”, loro consumano anche pubblicità.
Sono il target, provano emozioni (positive e negative), hanno affinato negli anni la capacità critica (personale) di valutare se la campagna alfa è migliore della beta e quindi, sulla base della loro percezione, hanno maturato la sottile convinzione di avere strumenti e tecnica utili a sviluppare la campagna gamma vincente.
Un po’ come dire che, in qualità di guidatori di automobili, si sia guadagnata la capacità infallibile di progettarne ex novo una.
Intendiamoci, non voglio che il mio ragionamento sia interpretato come una rivendicazione di blasone, tutt’altro. Anche perché un’ombra di verità in questo fenomeno esiste, ed è racchiusa nel concetto che se il target compra, vuole dire che ha premiato una campagna piuttosto che un’altra, assodato che la Unique Selling Proposition è morta e sepolta dai tempi della Maxwell House .
Ma le mie pene hanno radici assai meno nobili e sono frutto di un attimo di autocommiserazione depressiva paramaniacale che ritengo lecita e di diritto, specie valutando i 36 gradi di questa mattinata di luglio-quasi-agosto.
L’analisi sul consumatore finale, l’analisi sulle potenzialità del media, la pianificazione delle escalation, la configurazione del budget, la valutazione dei ritorni, il brief, il briefing e tutti gli accidenti con cui quotidianamente ci misuriamo, angosciati dal non averli spremuti all’osso per essere i migliori, naufragano mestamente nelle mani del cliente che, avendo nel DNA il gene C della comunicazione, raramente si pone nella condizione di valutare l’ottica proposta con la serenità del guidatore di automobili, calandosi con immotivato imperio nei panni dell’account executive che valuta il lavoro del team all’urlo stridulo di “L’è tutto da rifare!”.
Siamo tutti comunicatori, siamo tutti marketer, davanti a una costata con le patate fritte.
Ma i dannati che lo fanno di mestiere dovrebbero spiegare ai “creativi” dell’ultima ora, a quelli che spiegano loro come si lavora, che l’ostacolo più grosso da superare per raggiungere con successo il target finale sono proprio loro, sono quelli che dovrebbero essere i primi ad essere interessati a raggiungerlo, sono i committenti che inspiegabilmente chiamano un marketer per spiegargli cosa deve fare.
Ma tant’è.
Tutto il resto è miraggio di secchiello e palette.


























È vero tutto è marketing, tutti possiamo fare marketing, ma tutti hanno bisogno di un direttore d’orchestra, che guidi tutto il progetto, i creativi ( che sono spesso molto creativi a scapito del progetto ) e coloro che si improvvisano marketer ( spegarli che il marketing è una scienza e ci sono delle regole e delle leggi, che non si vedono ma esistono come la gravità, e che c’è bisogno di un comandate del aereo esperto, se non l’aereo è sogetto alla forza di gravita, onde evitare il disastro limitare l’entusiasmo del self-made-man. ).
Comment by ARKIN — 30 July 2006 @ 17:06