22 July 2006
Web 2.0 e impatti aziendali
In questa inclemente mattina di luglio ho deciso di scrivere un post con la voce della new media agency che considera i cambiamenti interessanti offerti dal Web 2.0 e dalle sue propagazioni tecnico-tematiche.
Cercherò di fare alcune riflessioni rilassate, sia per il caldo, sia per un personale sforzo di contenimento dello stress.
Prima di iniziare a scrivere leggevo un intervento di Jacopo Gonzales a questo riguardo, nel corso del quale poneva il seguente interrogativo: “Si parla continuamente di Web 2.0, di RSS e della modularità offerta dall’XML, di digital broadcasting, di blog e vlog, coupon digitali, pubblicità contestuale sulle mappe online, social networking e di un milione di altre cose. Quante aziende che conoscete offrono sui loro siti un accenno a questi servizi?”
Poche, inutile dirlo, la risposta è scontata ed è sotto il mouse di tutti.
Forse, però, è necessario contestualizzare la risposta attorno ad alcuni elementi di rilievo.
Il primo di questi elementi deriva dal mercato.
In più di un’occasione si è ribadita la marcia lenta italiana rispetto alle potenzialità offerte dal media online (poco conta in questa fase parlare di Web 1.0 o 2.0) ed in più di un’occasione sono state fatte delle analisi lucide attorno alle motivazioni che inducono questa immaturità, rivolgendole sia al panorama TLC, sia al comportamento dell’utente e spesso sottolineando come queste due realtà siano causa ed effetto del risultato deprimente.
Accanto a tutto questo ritengo sia necessario aggiungere anche una nota relativa alla conformazione delle aziende potenzialmente clienti delle agenzie potenzialmente insufficienti sotto un profilo innovativo.
E mi spiego meglio.
Tutti ricorderanno il famoso (e sopravvalutato) boom del nord est, che si erigeva a baluardo della produttività nazionale in un momento di crisi conclamata.
Quel boom (che oggi riecheggia con toni assolutamente meno roboanti) era il risultato complessivo di una fitta orditura di microimprese, spesso a conduzione familiare, che erano protagoniste dei principali settori dell’economia, dal turismo all’artigianato, dalla ristorazione all’abbigliamento.
Concordo sul fatto che sia decisamente poco smart, per un’agenzia, dichiarare di avere come business il piccolo artigiano o l’albergatore, ma va anche detto che la maggioranza delle realtà aziendali è quella e che, di conseguenza, è molto poco clever ignorarla.
Aggiungerei anche, a titolo di completezza, che la maggioranza delle agenzie ronza attorno al ristretto ventaglio dei big players del mercato italiano, con conseguente riduzione delle possibilità di vendita a corto raggio.
Il secondo elemento deriva dalle agenzie.
E qui il mea culpa è obbligatorio (mi addosso colpe che non sento, intendiamoci), seppur giustificabile. Vendere ciò che il cliente conosce è una sorta di strato sottile che impregna il DNA, è cosa diffusa e dimostrabile. Devo anche aggiungere che questo strato sottile prima o poi avvolgerà sino alla morte, perché si rimarrà ancorati all’obsoleto, divenendo obsoleti e inadatti.
Inoltre, sempre a titolo di completezza, vi è da sottolineare l’eterno conflitto tra creativi e tecnici, nel corso del quale questi ultimi amano esordire con tristissimi “non si può fare” o “è una roba complicatissima” che, nell’economia complessiva della gestione di un progetto, inducono il project manager a scegliere soluzioni certe e collaudate (e antiche) per non sacrificare i risultati e contenere i costi uomo.
Perché mi sono dilungato in questa ovvia e lunga premessa?
Perché ritengo, osservando sempre con l’occhio dell’agenzia, che il cambiamento (lasciatemelo chiamare così) offerto dal Web 2.0 (lasciatemi chiamare così anche questo) potrà essere la chiave di volta per operatori e mercato.
E sulla via della conclusione, consentitemi una digressione filosofica.
Gli elementi citati da Jacopo Gonzales, Web 2.0, RSS, blog, vlog, mash-up et similia, possiedono un comune denominatore che è l’aggregazione dell’offerta e l’aggregazione della domanda, al quale si aggiunge la preziosissima (e imprescindibile) azione attiva dell’utente che sceglierà in maniera evidente e parteciperà in maniera diretta anche coi suoi contributi.
In termini complessivi, il profilo dell’online che si può costruire, diviene una matrice nella quale la dimensione aziendale di microimpresa a conduzione familiare non sarà più importante, mentre sarà essenziale il contesto in cui questa andrà a collocarsi.
Ed io, personalmente, credo con vigore in questo modello.
Credo che i difetti tecnici locali del mercato dell’offerta possano essere superati, aggregando le molte microrealtà per formare un descrittore territoriale nel quale la diversità e la specificità divengono un punto di forza.
Sottoposto, senza remissione della pena, al giudizio dell’utente.
E lungo quest’ultimo concetto, credo che le agenzie trovino ancora modo di esistere.
Nuovo, ovviamente.


























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