17 July 2006
Una strategia di marketing …subdola
Ciò di cui mi occuperò di seguito è una strategia facente (forse) parte del marketing territoriale; dico forse perchè non riesco ad inquadrarla esattamente, ma sicuramente fa parte della macro categoria del marketing nel senso più largo del termine.
Premetto che ho una gran passione per la musica, soprattutto il rock anni ‘60-’70, all’ultimo conteggio, la mia stanza era "invasa"da circa 500 CD, tutti regolarmente originali (considero il CD alla stregua del libro, quindi tutto ciò che entra nella "mia" discografia deve essere originale). Mia massima aspirazione professionale è poter lavorare (dai 35 anni in poi!) nell’industria musicale, occupandomi di produzioni musicali e di girare il mondo ascoltando i gruppi suonare nelle bettole per cercare di trovare i nuovi Beatles. Quindi posso affermare che di musica…qualcosa capisco.La premessa era d’obbligo per inquadrare il campo d’azione del problema: la musica, o meglio una "strana" strategia di marketing che vedo applicarsi al mondo musicale italiano.
Punto 1) Ricordiamo tutti Jovanotti versione anni ‘90. Primo rap di successo (= commerciale) nella storia musicale italiana moderna. Bene. Dopo qualche anno il "boy" ha abbandonato lo stile "yankee" per elevarsi verso un rap/pop quasi impegnato sulle questioni sociali. In quegli anni nacque un discreto movimento underground italiano, di buona qualità (secondo gli esperti, io non amo il genere) però poco conosciuto (= non commerciale). Diventarono famosi gli Articolo 31 con un mix di rap a metà tra l’ironico e il sociale. Da lì una decade di vuoto, ovvero nessuno bissò i successi dei due predecessori.
Punto 2) Anno 2000. Inizia ad imporsi in Italia qualche rapper "cattivo" americano. La più grande mossa di marketing a livello planetario (in senso musicale, ovviamente). Come diffondere una "cultura/movimento" che fattura milioni di dollari come industria principale e altrettanti come indotto (abbigliamento specifico)? Facile, si cavalca il sentimento comune dell’attuale generazione di "music consumer". Si prende un ragazzotto di provincia, lo si agghinda come duro, gli si crea intorno un alone di malessere (presunti eccessi di droga, problemi familiari, risse, problemi con la legge) ovviamente quasi totalmente studiato a tavolino e lo si "commercia" a tappeto in tutto il mondo. La strategia funziona, ma non solo perchè vengono comprati i CD (mercato residuale) ma perchè si crea il movimento. Il ragazzotto è diventato opinion leader e può creare trend. Fortuna (per i discografici) vuole che negli USA ci sono molti ragazzotti che sembrano aver avuto problemi esistenziali tanto gravi da averli trasformati in musica (!!??!!).
L’audience di ragazzini che la società moderna ha reso particolarmente fragili si impersonificano, rivivono le proprie storie familiari (non così gravi come quelle dei rapper, ma comunque di disagio dovuti a genitori assenti perchè impegnati sul lavoro, oppure separati, oppure troppo sensibili alla moderna comunicazione "multi-punto") e si identificano. Si vestono come i rapper ed il movimento diventa cool. In italia non capisco chi si veste "hip-pop", per due ragioni: (i) è una cultura che non ci appartiene ma che ci è stata "imposta" attraverso modelli commerciali (cantanti), (ii) gli americani guardano all’Italia come la patria della moda e del buon gusto nel vestire e noi cosa facciamo? Copiamo il cattivo gusto modaiolo degli yankee?
Il primo punto è ciò che intendo nel titolo del presente post come strategia subdola. Ci è stata imposta una strategia di marketing pensata a tavolino e studiata con tutti i crismi, solo perchè ricca di un mondo circostante (CD, abbigliamento, mode etc) che sviluppa gli stessi fatturati di un’industria in piena regola. Se pensate che negli USA la discografia rap/hip-pop regge da sola l’intero mercato interno e che c’è un’industria dell’abbigliamento specifica che fattura miliardi di dollari. Però a noi non deve riguardare. Cioè se mio cugino di 15 anni si vestisse in stile hip-pop sarebbe un clone e una forzatura di una cultura che non vive. Mio cugino ( e i suoi coetanei) devono comportarsi, vestirsi e vivere la situazione dei quartieri italiani, solo per il fatto che è qui che stanno vivendo e quindi ne conoscono e ne trasmettono le sfaccettature.
Quindi quando vedo alcuni rapper o cantanti hip-pop italiani atteggiarsi e vestirsi (con "retina" sui capelli, pantaloni e giacche oversize, dare il "five" con la mano) come i corrispettivi afro-americani d’oltreoceano (che però cantano con ragione le difficoltà di una cultura non ancora completamente integrata nella cultura americana) mi viene tristezza; perchè stanno cercando di "vendere un prodotto" ( che in questo caso è una musica) a dei ragazzini che credono di aver di fronte "uno che ha sofferto nella vita ( e invece è semplicemente un commerciante che gli sta vendendo una merce sotto forma di CD).
Il mio sogno infatti è di organizzare un aereo con una cinquantina di cantanti rap e hip-pop afroamericani e chiuderli in una stanza con i nostri sedicenti "ragazzacci" della musica, voglio vedere se poi gli dicono:" ehi yo fratello siamo uguali io e te, bella lì"….;)


























ti rendi conto dell’enorme cazzata ke hai scritto???la vita dura e skifosa nn c’è solo in america o africa o dove pensi tu!!!forse tu hai avuto la fortuna di nn vivere nella merda o di nn esserci vicino…ma qll ke rappano alcuni è vita vera…nn tutti sparano cavolate inventate…porta rispetto x questa cultura!vuoi obbligare la gente a vestirsi da fighettina e ascoltare 1 musica ke non sentono loro solo px farli rientrare nella “moda” italiana???ma fatti 1 giro!
Comment by style — 18 July 2006 @ 13:18