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13 June 2006

L’etnografia nel marketing

Il nuovo obiettivo delle aziende è capire "la qualità ed i comportamenti" dei web-utenti. Nello specifico capirne le "abitudini culturali", con un approccio simil-modernista; in una sola parola il behavioral targeting. Ma tra lo studio antropologico in senso stretto ed il web ci sono delle differenze sostanziali. La più lampante è sicuramente la velocità: dove gli antropologi impiegano anni per sondare un fenomeno, il web ed il business ad esso collegato hanno bisogno di poche settimane. La seconda è il campo d’azione: le aziende hanno bisogno di incrociare dati da decine di culture differenti (pensiamo ad alcuni stati che presentano numerose minoranze etniche e linguistiche).

Per far ciò, o almeno per provarci, The Institute of Design ha sviluppato un User Insight Tool, una metodologia etnografica studiata specificatamente per il business. Come spiegano i sviluppatori del progetto: "It relies on disposable cameras, field notebooks, and special software that teases out new understandings from consumer observations". Nello specifico il sistema funziona così: i ricercatori decidono quale comportamento umano vogliono prendere in considerazione, in seguito fornisco il campione preso in esame con delle macchinette fotografiche cosicche questi posso "immortalare" le loro attività attraverso delle fotografie. Foto alla mano, i ricercatori "interrogano" il campione in merito al loro "peregrinare telematico" e appuntano i dati su di un modulo. Il fine di tutto ciò è valutare le singole attività di ogni individuo confrontandolo con i diversi parametri cultural-ambientali. Il tutto poi viene, ovviamente, caricato in un database gestito da uno specifico software.

Il software svela le similitudini di ogni utente facente parte del campione tracciandone i punti di incontro su base geografica, linguistica, culturale etc. Questo programma sembra promettere bene in quanto può vantare tra i suoi clienti brand del calibro di P&G.

Personalmente nutro dubbi sull’efficacia di questi sistemi di rilevazione basati al 90% su metodologie off-line. Come affermato ultimamente su questo blog faccio parte di quella "corrente di pensiero" che pensa che un soggetto che sa di essere sotto esame non si comporta in modo veritiero. A mio modo di vedere, inoltre, delegare al campione la funzione di monitoraggio (in questo caso gli appartenenti al campione devo auto-esaminarsi scattando foto delle "proprie abitudini") è fuorviante ai fini della veridicità dei dati.

Ma io non sono un ricercatore e mi limito a valutare il metodo con l’occhio "dell’uomo della strada" ;)

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[...] Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di behavioral targeting e della necessità di introdurre nuovi parametri che consentano di "seguire" gli spostamenti, i cambiamenti, le derive qualitative e quantitative dello specifico target di ogni singola attività di business. Bisogna essere in grado di soddisfare i bisogni ed assecondare le necessità dei nostri utenti, i quali, immersi nella moderna società della comunicazione e dell’informazione subiscono (subiamo!) un continuo bombardamento di stimoli comunicazionali che li (ci) rendono erranti per quanto riguarda le scelte ed i gusti. [...]

Pingback by Marketing Routes » Blog Archive » Capire il proprio target — 29 June 2006 @ 21:09

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